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"Piena di grazia": ecco il riscatto della donna del Sud nell'opera della scrittrice Licia Pizzi

Il romanzo, voluto dalla casa editrice a est dell'Equatore, è stato segnalato al Premio Calvino ed è È giunto secondo al premio InediTO Colline di Torino, edizione 2018.

| di Viviana Pizzi
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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foto di Erika Tatti

Il libro è in edicola dal 27 settembre, per ironia della sorte data di nascita anche della scrittrice Licia Pizzi. Si chiama "Piena di Grazia"  voluto fortemente dalla casa editrice "A est dell'equatore". Ma chi è Grazia, la protagonista del libro? Grazia cresce in un imprecisato paese del Sud antico e rurale. Ignoranza e superstizione sono il suo mondo, e il suo stesso nome è la dote lasciatale da un pensiero religioso - svilito in credenza popolare - che pervade ogni singolo aspetto della vita.

Grazia ha forza fisica e rabbia cieca a crescerle dentro, una rabbia cui non sa dare un nome, ma che accetta come dato oggettivo: come la sua povertà, la sporcizia, l’assenza di prospettiva. La personalità di Grazia si incontra e si scontra con quella di Don Rafele, capostipite della famiglia di macellai più ricca del paese, che ha costruito la sua fortuna sui maiali, la chiede a servizio e per Grazia sembrerebbe iniziare una nuova vita: vivere sotto lo stesso tetto di Nuccio, il primogenito di Don Rafele di cui è segretamente infatuata, avere una nuova posizione sociale, guadagnare e a mantenere la sua famiglia. In poco tempo scoprirà sulla sua pelle il prezzo dell’illusione, un lusso che quelli come lei non possono permettersi. Il destino sembra impossibile da piegare: si può davvero scegliere, quando non si hanno parole per definire la realtà? Quando il concetto stesso di realtà è piegato dal pregiudizio, dalla paura del diverso, dai canoni non scritti di un mondo immobile e pre-logico? Ogni personaggio sembra combattere con questa domanda, ma la redenzione resta lontana e irraggiungibile. Per tutti.

Il romanzo è stato segnalato al Premio Calvino opera prima con la seguente motivazione: “Per la potenza visionaria di una serrata favola nera in cui non esiste remissione né salvezza per nessuno, ambientata in un truce e lutulento Sud fuori del tempo”. È giunto secondo al premio InediTO Colline di Torino, edizione 2018.

Si tratta altresì di un libro femminista senza la pretesa di esserlo. Un'opera vera, bella e degna di essere letta e riletta. Perché ciascuna donna può essere un po' Grazia. Quella bruttina ma forte capace di fare i lavori pesanti, quella non scelta da un uomo (raffigurato in Nuccio) perché non ricca abbastanza e perché giudicata non abbastanza dalla famiglia di Don Rafele, che la sceglie invece come balia per i maiali e per il piccolo di due anni, visto come una sventura da quando nacque. Grazia rappresenta i pregiudizi della società. Grazia rappresenta l'ignoranza e le credenze nei malefici. Grazia è il simbolo delle donne del Sud che in prima battuta non si ribellano al loro destino. Ma Grazia sarà anche la riscossa. Non diciamo di che tipo perché vogliamo lasciare questa curiosità ai lettori dell'opera più coinvolgente della scrittrice Licia Pizzi. Pensata molto e molto particolareggiata nelle sue descrizioni, è capace di far entrare il lettore a contatto con quanto raffigurato e di trasformarlo in immagini vive e reali. A noi di Altomolise.net la scrittrice ha svelato alcuni retroscena del suo romanzo in questa intervista. 

Chi è e cosa rappresenta Grazia nel contesto del racconto?

Grazia è la protagonista, diciamo in qualche maniera involontaria, della storia. Involontaria perché gli eventi, fino ad un certo punto, sembranoagirla piuttosto che essere azioni consapevolmente compiute. Grazia rappresenta quindi la forza sotterranea e pre-logica che è persino superiore alla consapevolezza di sé.

La storia, che racconta spaccati di vita rurale, è o non è parte di avvenimenti realmente accaduti?

È una storia accaduta senza esserlo realmente, in un luogo metaforico senza nome e precisa collocazione geografica, dove i rimandi al nostro primo ‘900 sono sicuramente il dato più evidente, senza però corrompere la dimensione atemporale. La narrazione è di fantasia, ma mi azzarderei a dire che interseca una storia comune in qualche modo a ogni Sud del mondo: quella della sapienza magica, del pregiudizio, della paura del diverso.

Nello scrivere la storia ha puntato su un eventuale processo di identificazione del lettore in uno dei personaggi?

Non saprei dire se ho puntato in maniera volontaria su questo aspetto.  I personaggi così come raccontati nel contesto della narrazione non sono identità ‘contemporanee’, ma sicuramente riescono a restare attuali perché lo sono le emozioni che provano: l’interrogarsi sul senso di sé, la ricerca dell’amore, la frustrazione, la colpa, la questione del posizionamento sociale. I temi che muovono donne e uomini mutano con lentezza, o forse non mutano affatto.

Un libro femminista senza la pretesa di esserlo. Quali le sfaccettature patriarcali dei personaggi di Don Rafele e del figlio Nuccio, amore platonico e illusione per Grazia?

Nessuno dei personaggi è completamente positivo o negativo. Gli uomini - ma anche le donne- del romanzoappartengono a un certo tipo di società, non descritta ma suggerita con forza come dicevamo prima, per cui sottostanno a delle regole non scritte dove esiste chi comanda e chi subisce. Come sempre, come dappertutto, purtroppo. Penso che tutti i caratteri del libro siano tutti in qualche modo vittima di un sistema che, ad ognuno secondo il proprio grado di “potenza”, sottrae la possibilità di scelta.

Senza spoilerare troppo sul finale del libro, qual è il concetto di riscatto per Grazia e per le persone i cui sogni vengono infranti dalla durezza della vita quotidiana?

Il riscatto sta appunto nella percezione del possibile. Grazia, che per tutto il tempo del romanzo ha fatto ‘a bbrava’, stando attenta alle indicazioni della nonna e della madre, anche queste figure potenti e silenziose come lei, e si concede di pensare, finalmente. E di immaginare cosa c’è “oltre la montagna”.

 

Viviana Pizzi

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