Rom e Sinti, ecco chi ha scoperto il campo di concentramento di San Bernardino

Intervista al docente Francesco Paolo Tanzj

| di Giovanni Giaccio
| Categoria: Attualità
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AGNONE - Solo qualche mese fa, il professor Tanzj (in foto) ci confessava di volersi "ritirare" a vita privata concentrandosi su ciò che preferisce fare: scrivere. Accade, invece,  che due giorni orsono riceviamo la notizia di una sua preziosa collaborazione per la cerimonia organizzata per il prossimo 8 aprile in ambito della Giornata Internazionale dei Rom e dei Sinti.

Per quel giorno, infatti, sono previste una serie di attività volte a commemorare alcune delle vittime della Shoa che ha scioccato il mondo intero; tra queste l'apposizione di una targa sul convento, ora ospizio, di San Bernardino ad Agnone, struttura che in passato è stata un campo di concentramento. Nell'ambito di questa iniziativa Tanzj è stato un attore onnipresente che ha contribuito in tutte le sue fasi, riportando alla luce la storia del campo e dei suoi internati (dopo anni di silenzio, quasi omertoso).

    Proprio per questi motivi abbiamo deciso di intervistarlo.

Da quanto abbiamo capito, ciò che avverrà lunedì sarà la conclusione di una storia decennale fatta di convegni e ricerche alle quali è stato proprio lei a dare inizio; ci spieghi: com'è approdato a San Bernardino e alla sua storia oscura, oltre che poco gloriosa?

"Tutto è cominciato ne1998 quando, per il 60esimo anniversario delle leggi razziali in Italia, le scuole furono incaricate di fare ricerca sull'argomento. Al Liceo Scientifico Giovanni Paolo I, quindi, l'arduo compito di far luce sulla faccenda del campo agnonese.

È inutile che vi dica che tutti avevano dimenticato cosa fosse accaduto in loco, al tempo, tuttavia dopo mesi di laboriosa ricerca mettemmo su un materiale talmente preciso e ben fatto che decidemmo di farne un libro che oltre ad interviste di concittadini, che videro il campo in quegli anni, conteneva anche documenti ufficiali. Quello fu l'incipit dell'intera vicenda.”

Quindi fino ad allora avevamo un campo di concentramento dimenticato da tutti, un progetto scolastico ed una quinta liceo che si improvvisò ricercatrice. Che cosa accadde dopo?

"Dopo un primo momento, il libro lentamente iniziò a farsi conoscere; redazioni di questo o di quel programma ci contattavano ed io raccontavo ciò che avevamo scoperto. Il telefono era rovente, in quei giorni, ed una mattina fui contattato da Matteo Fraterno che mi disse che aveva conosciuto qualcuno, uno zingaro per la precisione, che era stato internato ad Agnone. Da lì iniziò tutta una serie di eventi, appuntamenti, altre ricerche che ci fornirono preziose testimonianze di persone che avevano trascorso anni a guardare il nostro piccolo paese oltre le inferriate di un ex convento."

Noi di Altomolise.net conosciamo abbastanza bene ciò che avvenne, conosciamo le testimonianze e i testimoni; siamo, d'altro canto, sicuri che il prossimo 8 aprile tutto ciò sarà ripercorso per tutti coloro i quali vivano all'oscuro. Ad ogni modo quello che ci chiediamo è cosa accadrà a questo punto lunedì?

"Come dicevo, un tam tam ha condotto le nostre ricerche ad essere conosciute ovunque: parliamo di telegiornali nazionali, inviti a Montecitorio ed altro. Abbiamo avuto contatti con numerose associazioni, scuole e quant'altro; tutti erano curiosi di sapere. Telefonate, mail e molto altro fino ad arrivare ad oggi, quando stiamo per inaugurare la targa che sarà apposta sulla facciata dell'ex campo di concentramento grazie all’iniziativa meritoria dell'associazione 'Sucar Drom' di Modena e della sua rappresentante Alessandra Landi, che si è occupata quasi di tutto. Quella targa rappresenta la fine di una storia, la conclusione di anni di silenzio e poi di ricerche. È un atto di giustizia che va fatto per non dimenticare e per chiedere scusa a chi ha tanto sofferto.”

Sembra concludersi una ricerca durata un decennio, sembra una conclusione ma in realtà non sappiamo cosa possa accadere domani. Potremmo anche azzardare che le parti della struttura inutilizzate possano diventare una sorta di museo che ricordi con foto e video l'orrore del Porrajmos (la Shoa in lingua Rom) non per guadagnare sulle disgrazie altrui, solo per ammettere che anche queste terre si sono macchiate di sangue; ammettere la verità e commemorare questi fatti, per far si che non accadano più, potrebbero essere un ottimo tributo a tutti coloro i quali hanno dormito in quelle fredde stanze osservando da lontano un piccolo borgo che forse ignaro, forse troppo spaventato, continuava a fare la propria vita normalmente mentre, a poca distanza, si consumava una atroce ingiustizia.

Giovanni Giaccio

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