Tradizioni.Sono le donne che portano in processione a spalla Sant'Onofrio

| di Maria Carosella
| Categoria: Tradizioni
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Questa sera a Agnone la processione in onore di Sant'Onofrio. Santo che raccoglie il seguito di molti devoti e devote perciò la  processione  era molto affollata

Il santo viene portato in processione e al ritorno al monte omonimo la mattina successiva, a spalla dalle donne. Dai racconti degli anziani agnonesi si apprende che in tempi non molto lontani si apriva una vera gara tra le devote per chi di loro doveva portare il santo a spalla.. La gara la vincevano le prime quattro classificate in base alla maggiore offerta votiva fatta. Ad oggi sicuramente i devoti al santo fanno delle offerte, ma non esiste piu la stessa lotta all'accaparramento. Le motivazioni che muovevano e muovono le donne a portare il santo a spalla in processione e ricondurlo al monte sono,  la devozione e si ipotizza che, il santo essendo protettore della febbre, probabilmente alle donne , mamme di bambini, sta particolarmente a cuore.

 Di seguito  il racconto sul Santo del massimo studioso agnonese di tradizioni popolari,Domenico Meo, che intervistato alla domanda " come mai sono le donne che portano a spalla il santo?"
Rispondeva: Le donne sono devote a Sant'Onofrio e lo portano volentieri anche perchè la statua e' di piccole dimensioni, e portarlo a spalla non richiede un grosso sforzo fisico.Non si conoscono altre motivazioni. Le notizie sulle tradizioni si raccolgono in massima parte attraverso racconti orali e a volte per molti anni vengono sottaciute, per poi riprendere vigore,non sempre è semplice trovare le motivazioni  e ricostruire correttamente i fatti"

"La badia di Sant’Onofrio sorge sulla media pendice del monte omonimo, a sette chilometri dalla cittadina, e poco distante dallo stupendo bosco di Montecastelbarone. «Note storiche cittadine ci dicono che nel 1711 la Badia fu fondata e dotata dal Barone Gesuè Bartolini, signore di tutto il monte e adiacenze, donde la denominazione di Montecastelbarone. Nel 1722 lo stesso Bartolini portò nella chiesa della Badia la statuetta che attualmente si venera; e, per trasporto di devozione verso il Santo, volle che tutta la zona del monte (a mezzogiorno)  e adiacenze, d’allora in poi venisse chiamata Monte Sant’Onofrio».[1]

La statua,[2] di modeste proporzioni, è lignea e ci presenta il Santo, con la corona reale che ne ricorda la nobile nascita, i lunghi capelli che gli coprono metà del corpo e un perizoma di foglie intorno ai fianchi.

Gli stessi lineamenti ha un’altra statua di Sant’Onofrio posta nella nicchia al centro del coro della chiesa di Sant’Amico. Essa fu donata da Carlo D’Onofrio alla fine del secondo conflitto mondiale, quale manifestazione di gratitudine per lo scampato pericolo.

 

"La chiesa parrocchiale di Sant’Antonio, di cui la chiesetta di Sant’Onofrio è filiale, conserva un quadro del 1843 dovuto alla devozione dell’Abate Giovanni Felice Cremonese, che raffigura il Santo in ginocchio davanti alla croce con i suoi lunghissimi capelli e in compagnia di una cerva, che secondo la leggenda occidentale allattò il Santo per tre anni.

Ad Agnone  S. Onofrio è venerato quale protettore della febbre. Il patronato potrebbe scaturire da un episodio narrato dal monaco Pafnuzio, il quale racconta che «il re implorava il Signore di concedergli un figlio: la sua preghiera fu esaudita; ma poco prima del parto il demonio travestito da pellegrino gli insinuò il sospetto che l’erede fosse in realtà il frutto di un adulterio della regina e gli suggeri di sottoporlo alla prova del fuoco. Il bimbo ne uscì miracolosamente indenne, mentre un angelo ordinava al padre di chiamarlo Onofrio che nel greco Onnophris significa colui che è sempre felice».[3] Si può ipotizzare che siano preservati dal calore della febbre quanti sentitamente invocano il Santo.

Sui festeggiamenti in onore di Sant’Onofrio, la prima notizia scritta, rinvenuta da chi scrive, risale al 1895:

«L’11, al piccolo Santuario di Sant’Onofrio, vi fu il solito pellegrinaggio; il quale, però, va sempre più scarseggiando, per l’incuria di quei massariuoli verso quella chiesetta. Vi andò a celebrare il Rev. Don Francesco Camperchioli, che ne tornò dolente e scorato. Ci pensi il Municipio, prima di assumere su di se, dal Demanio, l’impegno di tenere aperto al culto quel Santuario».[4]

Un cambiamento si ebbe nel 1910, allorquando: «Tutti rimasero ammirati nel trovare lassù, non quella cappella mal ridotta dal tempo, e vicino a divenire un mucchio di macerie; ma una chiesetta tutta nuova all’esterno, si da parere fatta di pianta. Il merito va dato esclusivamente al Sacerdote don Nicola Sammartino, dal Fondo Culto nominato Cappellano di quella chiesetta rurale, ormai resa necessaria per i bisogni religiosi di tanta popolazione agricola che dimora nelle masserie in C.da Monte Sant’Onofrio». [5]

Nel 1911, per il 2° Centenario della fondazione della Cappella, su L’Eco del Sannio apparve la seguente nota di cronaca:

«La festa cominciò con un solenne triduo celebrato nei giorni 7, 8 e 9 giugno nella chiesa di Sant’Antonio Abate, addobbata con vero gusto artistico.  La sera prima della festa, lungo le vie cittadine, si snodò una imponente processione. La mattina del giorno 11, di buon’ora, malgrado il tempo piovigginoso, si riportò la statua nella chiesetta di Sant’Onofrio. Ad una cert’ora le nubi si diradarono e apparve il sole. S.E. Mons. Pietropaoli impartì il Sacramento della Cresima a molti bambini, e, poi benedisse la restaurata chiesetta. La sera i due concerti di Salcito e Castelguidone svolsero un ricco e svariato programma musicale nel Largo della Vittoria e a mezzanotte s’incendiò uno stupendo fuoco d’artificio».[6]

Nel periodo che va dal 1920 al 1950 circa, la festa durava tre giorni.[7]

Ripercorrendo e segnalando le tappe più significative che hanno contraddistinto la ricorrenza, si deduce che per merito dell’Abate Sammartino si raggiunse la più alta solennità, tant’è che nel 1957,  il comitato organizzatore gli fece erigere una lapide di marmo, che si può notare sulla parete sinistra dell’abbazia.[8]

Attualmente, l’ultima domenica di maggio, in serata, la statua[9] dell’Anacoreta, viene portata con una macchina appositamente ornata, dalla badia alla chiesa di Sant’Antonio.

Lungo la strada provinciale, nei pressi della chiesetta, si snoda una fila di macchine a cui il Parroco impartisce la benedizione e dona un ricordino, ricevendo in cambio un’ offerta in denaro.[10]  La sfilata di automobili accompagna la statua in paese. Vicino all’Ospedale si crea il corteo processionale, che attraversa il Corso principale e conduce il Santo in chiesa.

La sera della vigilia della festa si tiene la consueta processione che percorre le vie del paese. In serata si assiste ad uno spettacolo di musica leggera o ad un concerto bandistico.[11]

L’11 giugno,[12] come tradizione vuole, di buon mattino, dopo la celebrazione della Santa Messa, il Santo protettore della febbre viene ricondotto processionalmente all’abbazia.

La statua è portata a spalla dalle donne, e durante il percorso, tutto in salita, si fanno due fermate nelle c.de Secolare e Porfilio: qui i pellegrini vengono rifocillati dai devotissimi contadini. I musicisti della banda che non partecipano alla processione sono ospitati dalla famiglia Masciotra (Déucce). Nel momento in cui il corteo processionale giunge nei pressi delle Masserie Porfilio, in località Malpara, al suono delle campane della badia, corrisponde un consueto fuoco d’artificio. Lo spettacolo del fuoco pirotecnico viene offerto dalla famiglia Pannunzio residente a Joungstown, la stessa che nel 1958 donò alla chiesetta l’altare di marmo.

Il Santo arriva all’abbazia verso le 11, accolto da un festoso suono di campane e dalla moltitudine di fedeli convenuti anche dai paesi limitrofi.

Dopo aver collocato la statua vicino l’altare antistante la chiesa, dedicato alla Madonna di Lourdes, il parroco, in una gradevole atmosfera campestre, celebra la Santa Messa. Al termine, il corteo dei fedeli si ordina nuovamente in processione e percorre il giro rituale intorno alla cappella, mentre il sacerdote come da tradizione benedice i campi.[13]  A cerimonie religiose concluse, si assiste ad uno spettacolare fuoco d’artificio, mentre i pellegrini continuano ad affluire sulle pendici del monte per trascorrere una giornata distensiva in aperta campagna e consumare un pasto frugale.

A sera, in paese, la festa è allietata da una banda musicale o da un’orchestra.[14]

La devozione verso il Santo anacoreta è molto fervida, al punto da spingere i nostri emigranti di Montreal a ripetere la stessa festa, l’ultima domenica di giugno. Dal 1980  la nostra comunità possiede  anche la statua, che fu benedetta al cospetto di circa 500 persone,  ed è conservata nella chiesa della Madonna di Pompei, tempio che ospita le statue venerate dalle varie comunità italiane residenti in Canada."

 Domenico MeoAbruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Racconto tratto dal libro da  "Le Feste di Agnone" – Palladino Editore, Campobasso 2001

Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.

Maria Carosella

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