Codice rosso per le vittime di violenza: ecco le criticità della legge Bonafede- Bongiorno

Si potrebbe trattare di fumo negli occhi perché la priorità e la velocizzazione arriverebbe solo per le vittime di violenza domestica. Nonostante il metoo nulla si dice sulle violenze sul posto di lavoro

| di Viviana Pizzi
| Categoria: Attualità
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"Quando un cittadino rischia la vita si presenta al pronto soccorso e gli viene applicato un “codice rosso” per farlo visitare immediatamente dai medici al fine di scongiurare il pericolo di morte. La cronaca ci ha raccontato di violenze, abusi e omicidi ai danni di donne che avevano denunciato mariti, fidanzati, familiari o semplici conoscenti, ma la risposta della giustizia era stata tardiva e – in certi casi – letali. A loro non è stato applicato alcun “Codice rosso”. 

Sono queste le parole del guardasigilli Alfonso Bonafede che si leggono sul blog delle stelle riguardanti il decreto sul codice rosso. Il quale dovrebbe snellire le procedure di intervento per le donne vittime di violenza. Ma non tutte. Di fatto crea una sorta di doppio binario tra donne che subiscono violenza in casa e quelle che la subiscono fuori casa e in particolare sul posto di lavoro. 

La proposta è stata presentata ieri in conferenza stampa a Roma insieme all'associazione Doppia Difesa rappresentata dalla ministra per la pubblica amministrazione Giulia Bongiorno e da Michelle Hunziker. 

La legge stabilisce, lo dice lo stesso Bonafede "i casi in cui le denunce devono essere trattate immediatamente". Non tutti i casi quindi. Ci saranno donne di serie A e donne di serie B. Come già avviene nella percezione degli italiani. La legge, che andremo a esaminare in base a quanto ha dichiarato Bonafede si poggia sui seguenti dati. 

"I dati sulla violenza sulle donne sono impressionanti - dichiara - L’ultimo rapporto Istat ci fornisce una fotografia drammatica: circa il 21 per cento delle donne italiane – pari a 4,5 milioni – è stata costretta a compiere atti sessuali e 1 milione e mezzo ha subìto la violenza più grave: 653.000 donne vittime di stupro e 746.000 vittime di tentato stupro. Per questo, il tema ha trovato subito spazio nel contratto del Governo del cambiamento. Inasprimento delle pene, maggiore impegno sui fondi per gli indennizzi e, appunto, il “Codice rosso”. È qui, secondo me, che la giustizia esprime il suo più alto concetto: non agire solamente a reato consumato, ma agire sull’organizzazione del lavoro degli inquirenti per prevenire il reato". 

Innanzitutto così come presentati i dati dicono tutto e niente. Nell'articolo di Bonafede infatti non si specifica dove queste violenze avvengono. Si specifica solo quali sono. Dati che confermiamo siano allarmanti ma che di sicuro non possono riguardare solo le famiglie ma anche quelli che avvengono per strada o sul posto di lavoro. Si parla di prevenzione e di non agire solo a reato consumato. Ma in realtà con questo provvedimento non si dice praticamente nulla su come agiure sull'educazione degli uomini a non commettere mai più questo reato. Si tratta in effetti solo di leggi che agiscono proprio a fatto avvenuto e che vanno a prevenire soltanto sul concetto di reiterazione del reato al massimo. 

"Con la nuova legge ci saranno procedimenti più snelli  - continua Bonafede-  senza fasi di stallo per la tutela tempestiva delle vittime di violenze domestiche e di genere. La polizia giudiziaria dovrà comunicare immediatamente al pm le notizie di reato, senza fare una valutazione sull’urgenza – quindi a prescindere – e anche per via orale. La vittima deve essere sentita dai magistrati entro tre giorni dalla denuncia. Le indagini partiranno immediatamente per maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni aggravate, avvenute in casa. Infine, ma non per questo meno importante, l’obbligo di formazione per le forze di polizia che trattano questo tipo di procedimenti in modo che siano specializzati nella prevenzione e nella repressione e che abbiano una preparazione specifica all’interlocuzione con le vittime".

Numero uno Bonafede non specifica in quanto tempo potrebbe arrivare una condanna per stupro o per maltrattamenti in famiglia. Poi arriva la vera mazzata per chi subisce violenza fuori dalla famiglia. Infatti si specifica che le fasi di stallo verranno eliminate per le vittime di violenza domestica e di genere. Che vuol dire violenza domestica e di genere non è dato saperlo. Probabilmente significa il poter introdurre il concetto che si procederà velocemente anche se la vittima è un bambino? Si spera sia così ma non viene specificato nell'articolo. O che si procederà velocemente anche contro una donna accusata di maltrattamenti al marito? Neanche questo è specificato ma parlando di violenza domestica è possibile anche questo. 

Punto secondo: la vittima dovrà essere sentita entro tre giorni dai fatti. Va bene la tempestività ma sono proprio quelle le fasi in cui alcuni ricordi della donna vengono messi a tacere dallo choc emotivo subito. Ricordi che potrebbero riemergere in una seconda fase e invalidare di fatto la prima testimonianza. Perché si sa che raccontando due versioni diverse dei fatti la prima cosa che potrebbe accadere è il discredito nei confronti della vittima. Attendere qualche giorno in più e dilungare i tempi di una possibile denuncia (che a quanto pare potrebbero rimanere fissati a sei mesi) sarebbe stata una strada più auspicabile. 

Punto terzo, le indagini partiranno immediatamente per chi subisce maltrattamenti, violenza sessuale atti persecutori e lesioni aggravate avvenute in casa. E quando avvengono fuori casa? E' qui che arriva la discriminazione della violenza. Quando avvengono sul posto di lavoro che si fa? Si continua con la giustizia lenta? Eppure intervenire velocemente anche in quel caso sarebbe auspicabile. Come lo sarebbe anche creare le condizioni per la denuncia proponendo percorsi alternativi occupazionali. 

"Sappiamo che per ogni donna non è semplice venire allo scoperto - conclude Bonafede - e denunciare i soprusi che subisce, con questa legge lo Stato si fa avanti, tende una mano e si mette al suo fianco". Una mano non a tutte però perché per chi la violenza non la patisce in casa resta tutto uguale. 

 

Viviana Pizzi

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