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L’Italia in Europa, come il Mezzogiorno nell’Italia di decenni fa

Il sud avrebbe dovuto isolarsi? L’Italia deve isolarsi?

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La politica economica del Governo del Cambiamento si basa su due piloni: il reddito di cittadinanza per attivare l’incrocio tra domande e offerte di lavoro e quota 100 per favorire il pensionamento di lavoratori bloccati dalla legge Fornero e la loro sostituzione con forze giovani. Purtroppo queste scelte del governo non danno un concreto contributo ai giovani in cerca di lavoro: non si crea il lavoro senza fare investimenti, non si crea il lavoro per decreto o nominando dei navigator che devono incrociare domande di lavoro, tantissime, con offerte, in alcuni territori nulle.  E, poi,  è stato assodato che difficilmente i posti lasciati liberi dai pensionandi saranno ricoperti da nuove assunzioni. Se tutto dovesse procedere per il meglio, si stima una sostituzione di 1 nuovo assunto contro 3 nuovi pensionati. In definitiva, le nuove assunzioni rappresentano ben poca cosa rispetto alle esigenze. Peraltro quasi tutti della pubblica amministrazione, con il che le casse dello stato saranno gravate di altri costi poco sostenibili. Tutto questo non sembra lasciare molto spazio ai giovani che, emigrati all’estero, vorrebbero oggi tornare per lavorare e vivere nel proprio paese. Anzi, c’è da temere che il flusso delle emigrazioni di italiani verso l’Europa è destinato ad aumentare. Si badi bene, il fenomeno dei giovani “in movimento”, alla ricerca del meglio in Europa o in altri Continenti, riguarda solo in parte i giovani preparatie competentidell’ “Erasmus plus”.  La grande maggioranza, nella fase attuale della globalizzazione, è costituita da tantissimi giovani con scarse conoscenze scolastiche e/o tecniche.

Il fenomeno ha tratti e contorni simili a quella che l’Italia ha vissuto negli anni 50/70 del secolo scorso, quando masse proletarie ma anche istruite e competenti emigrarono dal sud agricolo ed affamato, al nord  industriale e ricco.

In concreto, negli anni dal 1958 al 1970,nell’Italia “Nazionalistica”, si mossero dalle regioni del Mezzogiorno circadue milioni di persone.  Gravi condizioni di lavoro spinsero gli uomini ad andare via da una terra che sembrava arcigna e politicamente impraticabile. Una perdita secca per il Sud e un vantaggio per le regioni di accoglienza del Nord, Piemonte e Lombardia, in particolare.

Analogamentetra il 2006 e il 2016,nell’Italia inserita nel grande sistema europeo, incapace di concorrere economicamente con le grandi nazioni europee come Germania, Francia e Inghilterra, sono stati quasi due milionii nostri connazionali usciti per costruire il proprio futuro altrove. Giovani che all'interno dei confini nazionali si sono formati ma che poi sono stati costretti a emigrare per trovare una occupazione in linea con le loro aspirazioni. Una perdita secca per l’Italia e un vantaggio per i paesi di accoglienza. 

Settant’anni fa,il Sud soccombeva sotto la concorrenza del Nord; oggi, l’Italia soccombe sotto la concorrenza dell’Europa. Quando i vasi sono comunicanti, è facile assistere a fenomeni di travaso. È un fatto naturale. 

Occorre chiedersi se è un bene o è un male: Sarebbe giusto, chiudere le frontiere tra l’Italia e l’Europa, per evitare il travaso di nostre risorse umane verso l’Europa? Sarebbe stato giusto, poi,  chiudere le frontiere tra sud e nord, evitando il travaso di meridionali verso il Settentrione? Siamo certi che la soluzione giusta per tutti sarebbe quella di un ritorno a una Italia chiusa in sé stessa? E, una volta ottenuto ciò, sarebbe giusto un ritorno a una divisione di frontiera tra Nord e Sud Italia? E un ritorno ai Ducati di Mantova o di Spoleto sarebbe giusta?

Non credo che la risposta giusta sia quella di invogliare i popoli a fare dei passi indietro rispetto alla libertà di movimento, di pensiero e di intrapresa conquistati con il sangue di tanti nostri connazionali.

Se è vero che l’apertura delle frontiere, definita con il termine di globalizzazione, ha significato sfruttamento degli Stati più poveri, aumento dell’immigrazione e omologazione culturale; è anche vero che essa significa integrazione culturale, tecnologica e politica cioè libertà culturale e libertà di movimento: non ci sono molte barriere e ogni angolo del mondo è raggiungibile con un click del mouse; si può conoscere nuova gente, ci si può confrontare con altre diverse culture, ci si può sentire parte del mondo e, tutti insieme, salvarlo. Significa anche avere a disposizione un’economia come opportunità per tutti di potersi esprimere al meglio.

Allora il problema non sta nel tornare ai secoli bui della nostra storia ma nella capacità dei Governi del nostro Paese di creare il clima e le condizioni che consentano agli italiani di poter concorrere con gli altri paesi del sistema Europeo, diventando produttivi, efficaci e efficienti, con salari allineati a quelli dei Paesi più grandi e con la consapevolezza di non essere inferiori a nessuno. 

Quella di non affrontare in campo aperto la concorrenza degli altri e di scappare e chiudersi in casa per sentirsi migliori, è solo una fuga senza ambizioni, da vigliacchi; una fuga all’indietro nel tempo, per ritrovarsi, infine, isolati dal mondo, e divisi in piccoli staterelli, all’interno, pronti a essere colonizzati, com’è già avvenuto nel passato, per lunghi lunghissimi secoli.

 

 

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