Libri, ad Agnone 'Osare la speranza' fa il botto

Presentato il volume scritto da suor Rita Giaretta e Sergio Tanzarella che denuncia la tratta delle donne in Campania

| di Giovanni Giaccio
| Categoria: Attualità
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AGNONE. Le presentazioni dei libri sono sempre un evento particolare sul quale non è possibile fare un pronostico od una previsione: è possibile che la gente accorra o che faccia finta di niente e resti a casa.
Quando c’è di mezzo poi il libro scritto da una suora, i pronostici si fanno ancor più incerti.
È stato veramente meraviglioso entrare nella sala dell’Oratorio Giovanni Paolo II e vedere le poltroncine blu quasi tutte occupate e formativo ascoltare i racconti di Suor Rita Giaretta che nel pomeriggio di sabato è stata protagonista dell’intero appuntamento assieme a Sergio Tanzarella.
Poco dopo le consuete presentazioni da parte degli autori, suor Rita ha iniziato a raccontare le vicende di Casa Rut, comunità che accoglie vittime migranti che fuggono dagli sfruttamenti.
La sua è stata una testimonianza reale, quasi cruda oseremo dire, che interessato tutti i presenti; è proprio in auge di questo interesse che la presentazione si è protesa per più di un paio di ore durante le quali gli autori sono stati anche riempiti di domande.
All’esterno, intanto, su un piccolo banchetto venivano venduti sia il libro presentato proprio nel pomeriggio che alcuni manufatti ad opera delle ospiti di casa Rut. Questa era la cornice di un pomeriggio che resterà nei cuori e nelle menti di tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di parteciparvi.

Era il 1956 quando un giovane Giamaicano, arrivato da poco tempo in una fredda Londra, vedeva pubblicato il suo libro “The Lonely Londoners”. Forse non aveva creduto di fare tanto ma aveva appena posto una pietra miliare nella letteratura di migrazione: aveva parlato di emigrazione proprio mentre l’Inghilterra si trovava invasa da migranti, in gergo spades.

Possiamo paragonare al volume di Selvon quello di una Suora che ha deciso di raccontare la vita di alcune ragazze che in Italia non godono di una buona reputazione: le prostitute.

Quello che spesso si dimentica è che, al di fuori di ciò che gli italiani le vedono fare lungo le provinciali, quelle ragazze sono esseri umani e non oggetti del piacere. Queste due righe sono la chiave di lettura da applicare all’opera della Giarretta che in un lungo monologo sabato ha raccontato: “Mi fu chiesto se avessi voluto spostarmi al Sud d’Italia; dissi si istintivamente e si partì alla volta di Caserta senza un progetto. Pensammo di andare lì e creare un qualcosa di utile, assecondando le esigenze. L’immigrazione, parliamo degli anni 90, era un fenomeno ancora poco conosciuto e noi iniziammo a chiederci: possibile che non ci siano ragazze? Tutti dicevano che non ci fossero poi in realtà scoprimmo che c’erano, solo che si trovavano relegate in periferia sulle provinciali (il motivo era chiaro, ndr). Volevamo avvicinarle, senza spaventarle e non sapevamo come fare così un lontano 8 marzo, iniziammo a raggiungerle e mostrando la croce regalavamo loro delle piantine per dir loro, come spiegava il messaggio allegato, che c’era qualcuno pronto ad accoglierle. Quello è stato l’incipit; un inizio fatto all’inizio di paura, poi di abbracci e pianti inconsolabili. Da 17 anni per proseguire l’opera di quell’otto marzo, è nata Casa Rut una comunità che accoglie tutte le vittime di sfruttamenti, in particolare la prostituzione che è una realtà che coinvolge dalle 15 mila alle 25 mila ragazze per un totale di 9 milioni di clienti. Veramente troppo. Ad ogni modo Casa Rut accoglie ragazze provenienti da ogni dove, di ogni età. Spesso arrivano e sono spaventate, oppure ferite; la loro fuga è un atto di coraggio: se vengono scoperte il rischio è alto (nonostante per ogni fuggiasca sia facile costringere un’altra ragazza a sostituirla). Arrivano e tu non devi fare nulla. Non devi far altro che indicarle il bagno e farle fare una doccia; poi le dai dei vestiti nuovi perché devi farle capire che li merita. Tenete conto che sono ragazze che per anni sono state sottoposte ad una violenza quasi gratuita, che non hanno più autostima ed, ormai, sono vuote. Queste povere ragazze si trovano lì e non appena si cambiano vanno nel letto e si coprono, quasi a volersi rimettere al mondo. A volte stanno lì e piangono, piangono e piangono. Poi pian piano si riprendono e la prima cosa che vogliono fare è sapere se hanno contratto qualche malattia. Quello è l’inizio di una lenta riabilitazione… Poi? Queste ragazze hanno voglia di sentirsi utili, di fare qualcosa ed è da qui che abbiamo iniziato a fare dei manufatti utilizzando in particolar modo le tele di provenienza africana che hanno dei colori fantastici. Ecco: Casa Rut vive di questo; vive per queste ragazze e grazie a queste ragazze. Negli anni siamo stati contatti da numerosi esponenti di varie coalizioni ma noi vogliamo essere liberi da vincoli di natura partitica quindi abbiamo sempre detto NO! È perciò ‘New Hope’ (nuova speranza) la cooperativa che hanno voluto creare proprio perché per loro c’è una speranza al di fuori della strada…”
Altomolise.net avrebbe potuto continuare ancora e ancora; come dicevamo il pomeriggio è stato ricco di contenuti ed è difficile riportarli tutti in poco spazio (forse ce né siamo già presi abbastanza).
Quello che ci ha toccato particolarmente è stata la storia di queste ragazze che spesso migrano in Italia con la speranza di lavorare (al contrario di quanto i luoghi comuni da vecchia comare lascino intendere) e poi si ritrovano incastrate in un meccanismo fatto di minacce e di violenza; un ingranaggio al quale sottrarsi è difficile e non impossibile; è proprio questo il messaggio che la suorina vuole lanciare: ogni donna ha il diritto di fare della propria vita ciò che vuole, senza alcun pregiudizio, ma soprattutto deve avere la possibilità di scegliere; la fuga è una scelta. Quella donna, che ormai è una mamma per quelle povere ragazze, perciò da anni si prodiga affinché tutte le Mary, le Lisa, Johanna sparse sulle provinciali d’Italia si ribellino e possano scegliere finalmente cosa fare della propria vita.
È per tutti questi motivi che bisogna Osare la speranza....

Giovanni Giaccio

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