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Responsabilità dell’RSPP, non solo consulenza

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Quando in azienda si parla di RSPP, troppo spesso l’immaginario collettivo si ferma a una figura laterale, quasi un consulente “a chiamata”, utile soprattutto per compilare documenti e adempiere a obblighi formali. La realtà è ben diversa. La responsabilità del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione va ben oltre la consulenza tecnica. È un ruolo centrale, delicato, strategico. Un presidio di sicurezza che attraversa l’organizzazione, ne osserva le dinamiche, intercetta i rischi prima che diventino eventi, accompagna le decisioni dell’impresa con uno sguardo che tiene insieme normativa, persone e processi. Non è un ruolo passivo, né burocratico. È una funzione attiva, continua, esposta.

La responsabilità dell’RSPP nasce da qui: dall’essere parte del sistema aziendale e non un soggetto esterno che “firma e se ne va”. Anche quando il ruolo è affidato a un professionista esterno, la responsabilità non si dissolve, si trasforma, si articola, si rafforza, perché richiede competenza aggiornata, capacità di lettura del contesto e una presenza reale nei luoghi di lavoro. Chi ricopre questo incarico opera in un terreno dove il confine tra prevenzione e responsabilità giuridica è sottile, e proprio per questo non può permettersi superficialità.

Il perimetro reale della responsabilità dell’RSPP

Dal punto di vista normativo, il RSPP non è il datore di lavoro e non ne sostituisce le responsabilità. Questo è chiaro. Ma ridurre il ruolo a una funzione meramente tecnica è un errore pericoloso. La giurisprudenza lo ha chiarito più volte: quando l’RSPP omette di segnalare un rischio evidente, sottovaluta una criticità strutturale, accetta valutazioni approssimative o non adeguate al contesto, può essere chiamato a rispondere del proprio operato. La responsabilità dell’RSPP è una responsabilità di competenza.

Competenza significa sapere. Ma anche saper leggere. Un Documento di Valutazione dei Rischi formalmente corretto, ma costruito senza reale conoscenza delle attività, dei macchinari, delle prassi operative quotidiane, è un documento fragile. E quella fragilità ricade anche su chi lo ha elaborato o avallato. Il ruolo dell’RSPP non si esaurisce nella produzione di documenti, ma vive nel tempo, nella verifica costante, nell’aggiornamento continuo, nel confronto con lavoratori, dirigenti e preposti. È una responsabilità che si esercita ogni giorno, anche quando non accade nulla.

Ed è proprio quando “non accade nulla” che si misura la qualità del lavoro svolto. 

Tra obblighi normativi e responsabilità professionale

Il Testo Unico sulla sicurezza definisce compiti, ruoli e confini. Ma la responsabilità dell’RSPP non è solo giuridica. È anche professionale ed etica. Chi accetta questo incarico sa, o dovrebbe sapere, che entra in un sistema complesso dove le decisioni incidono sulla salute e sulla vita delle persone. Non è un incarico neutro.

Un esempio concreto aiuta a capire. In un’azienda manifatturiera vengono introdotti nuovi macchinari. Formalmente conformi, certificati, installati correttamente. Ma le modalità di utilizzo reale prevedono manovre non standard, piccoli adattamenti, prassi consolidate nel tempo. L’RSPP che si limita a verificare la documentazione e non osserva il lavoro reale perde una parte fondamentale del quadro. Se accade un infortunio, quella mancanza di analisi diventa una responsabilità concreta.

Qui emerge il cuore del problema: l’RSPP non può limitarsi a fotografare l’azienda sulla carta. Deve comprenderla nella pratica. Deve entrare nei reparti, parlare con le persone, osservare i gesti ripetuti, capire dove la procedura scritta non coincide con la realtà operativa. È in quello scarto che nascono i rischi più gravi.

RSPP interno ed esterno: cambia il contratto, non la sostanza

Spesso si pensa che un RSPP esterno sia meno coinvolto, e quindi meno responsabile. Anche questo è un equivoco. La responsabilità non dipende dalla tipologia contrattuale, ma dall’incarico accettato e dalle attività svolte. Un RSPP esterno che accetta un mandato senza garantire sopralluoghi, senza chiedere informazioni adeguate, senza aggiornarsi sui cambiamenti aziendali, si espone a rischi professionali significativi.

Al contrario, un RSPP esterno strutturato, organizzato, supportato da un metodo solido, può offrire un valore enorme all’azienda. Porta uno sguardo fresco, esperienza trasversale, capacità di confronto con realtà diverse. Ma solo se lavora in modo serio, continuativo, integrato. La consulenza spot non è prevenzione.

Questo vale anche per l’RSPP interno, che a volte vive il ruolo come un “incarico aggiuntivo”, marginale rispetto alle mansioni principali. È una situazione frequente e pericolosa. Senza tempo, senza formazione adeguata, senza supporto, il rischio di errori cresce. E con esso cresce la responsabilità personale.

Formazione continua: l’unico vero strumento di tutela

In questo scenario complesso, la formazione non è un adempimento. È una forma di tutela. Per l’azienda, certo. Ma anche per il RSPP stesso. Normative che cambiano, interpretazioni giurisprudenziali che evolvono, nuovi rischi emergenti, dal lavoro agile alla digitalizzazione dei processi, fino ai rischi psicosociali. Restare fermi equivale a esporsi.

Rivolgersi a realtà specializzate come Progetto81 per seguire un corso RSPP significa scegliere un approccio che va oltre il corso standard. La formazione proposta da strutture di questo tipo è pensata per chi opera davvero sul campo. Non solo teoria, ma casi concreti, aggiornamenti normativi costanti, confronto con docenti che conoscono la materia perché la vivono quotidianamente. Formarsi bene non elimina la responsabilità, ma riduce drasticamente il rischio di commettere errori evitabili.

Un RSPP formato è un professionista più solido, più credibile, più ascoltato anche all’interno dell’azienda. La qualità dei corsi RSPP incide direttamente sull’efficacia delle misure di prevenzione.

Quando la prevenzione diventa cultura aziendale

Uno degli aspetti meno discussi, ma più rilevanti, della responsabilità dell’RSPP è il contributo alla cultura aziendale. La sicurezza non è solo un insieme di regole. È un modo di lavorare. Un clima. Un linguaggio condiviso. Quando l’RSPP riesce a dialogare con il management e con i lavoratori, a spiegare il senso delle misure adottate, a rendere comprensibile il perché di certe scelte, la prevenzione smette di essere percepita come un ostacolo.

Questo richiede competenze che vanno oltre la tecnica. Capacità comunicative. Ascolto. Mediazione. Un buon RSPP non impone. Convince. E nel convincere riduce i rischi reali, quelli che nessuna procedura scritta può eliminare da sola.

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