Il Santo del Porcello

I riti e le tradizioni legate a Sant' Antonio Abate

| di Emidio Di Paolo
| Categoria: Tradizioni
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Sant’ Antonio Abate, nato intorno al 250 a Qeman, in Egitto, è subito chiamato ad una vita autenticamente cristiane: date le sue ricchezze ai poveri, lascia il paese nativo e stabilisce, per una ventina di anni, la sua dimora in un castello abbandonato. In questo periodo, nel deserto, affronta con prodigi e lotte le terribili tentazioni del demonio. A seguito della persecuzione di Massimino è costretto a fare la spola tra Alessandria, ove soccorre i Cristiani e conforta i Martiri, e una località presso il Mar Rosso. Muore il 17 gennaio. Ha avuto un successo straordinario tra le genti contadine, dalle quali è venerato perché protettore degli animali e del porco soprattutto: nei paesi abruzzesi e molisani, infatti, fino a pochi anni fa, il sacerdote benediceva le bestie nelle stalle o, tutte insieme, in una vasta area all’ aperto, affidandole alla protezione del Santo; è la ragione per cui il porcelo è sempre presente ai piedi della statua. Il motivo è da ricercarsi nel fatto che, durante le tentazioni, il diavolo si manifesta sovente nelle sembianze di un maiale. Verso il suino, il fondatore dell’ Ascetismo nutre un particolare affetto: per questo ‘avrebbe guarito un porcellino zoppo davanti al palazzo regale di Barcellona’. Non casualmente dunque, è chiamato anche il ‘Santo del porcello’, per distinguerlo da Sant’ Antonio da Padova detto ‘il Santo del giglio’. Nei paesi abruzzesi si svolgono numerose manifestazioni che si richiamano ai vari periodi della sua vita. Una forma tipica del culto popolare è costituita dai falò di Sant’ Antonio, ‘farchie’ in vernacolo: i devoti maggiormente rispettosi della tradizione raccolgono, questuando, tanti pezzi di legna, che riutilizzano nella composizione di una catasta dalla forma conica, cui danno fuoco la sera del 16 gennaio e intorno alla quale si banchetta. Al termine, ogni cittadino porta a casa un tizzone ardente da custodire, nel periodo invernale, quale speciale protezione dai rigori dell’ inverno. L’ origine di questa consuetudine è motivata da un’ antica leggenda: si narra che il Santo si era recato all’ inferno per riprendersi il maialetto che il diavolo gli aveva sottratto: durante il ritorno in superficie, con la sua ferula, incendiatasi con le fiamme della Geenna, avrebbe riscaldato il mondo.


Ma all’ Abate si attribuiscono anche doti taumaturgiche: guarisce dall’ herpes zoster, malattia detta anche ignis sacer, in dialetto ‘lu fòche de Sant’ Antònie’. Per capirne la ragione, però, occorre tornare ad altro episodio della sua vita. L’ Asceta lascia l’ Egitto e, durante il suo peregrinare, giunge in Francia dove si stabilisce per qualche tempo e fonda l’ ordine dei monaci antoniani, che svolgono una funzione sociale di rilevanza notevole. Siamo al tempo in cui si diffonde l’ ergotismo cancrenoso, irritazione cutanea di origine virale, che si trasmette di stalla in stalla. Gli Antoniani lo curano con il lardo e con una sorta di pomata di strutto di maiale. A partire da questo momento, i suini di proprietà dell’ Ordine, poiché esplicano una funzione di pubblica utilità, cominciano a godere di particolari privilegi e benefici, primo fra tutti la possibilità di circolare liberamente per le strade del paese. Dopo alcuni anni, Sant’ Antonio si trasferisce in Italia, e con lui la sua popolarità che si diffonde a macchia d’ olio: inizia la tradizione del suino pubblico, che va sotto il nome di ‘maialino di Sant’ Antonio’. Un contadino gli offre il primo nato di una numerosa figliata; il maialino non può avere una dimora stabile, per il fatto che, in pratica, appartiene a tutti e a nessuno. Quando ha fame, la bestiola si ferma davanti alle abitazioni ed il padrone di casa è, per così dire, ‘tenuto’ a alimentarla, talvolta privandosi anche del poco cibo che ha; la si riconosce o da una piccola pelatura a forma di croce in una parte visibile del corpo, o da un campanellino appeso al collo, o da un orecchio mozzato o da altro segno distintivo: l’ importante è che sia riconosciuto. Se passa sul far della sera, il proprietario della casa lo ricetta ben volentieri, come una sorta di protezione. Divenuto grande, è donato al parroco che, con un’ asta pubblica, lo vende al migliore offerente; il ricavato è adoperato per il restauro e/o la manutenzione della statua del Santo o per le impellenti necessità della Chiesa. Nella maggior parte dei casi, però, il porcello è ucciso e le sue carni date ai poveri. Di qui una seconda funzione sociale: l’abbiente che dona all’ indigente. Ed infatti, nel periodo in cui si ammazzano i maiali, con le scorte invernali che ormai cominciano a scarseggiare, i poveri questuano, in nome di Sant’ Antonio, qualcosa da mettere sotto i denti o da conservare nella dispensa; e i facoltosi non possono rifiutarsi di concedere un’ elemosina, nel timore di un castigo. In questa antica usanza affondano le radici, non per bisogno di sfamarsi, bensì a scopo folcloristico, i cori del Sant’ Antonio, che tengono in vita una tradizione che resiste al tempo e all’ usura. Si tratta di rappresentazioni, di canti questuanti eseguiti sul modello del maggio castelguidonese e sangiovannese, da parte di compagnie che girano per le strade, si fermano davanti alle abitazioni (proprio sull’esempio del maialino) e ricevono dai padroni, precedentemente avvisati e consenzienti, ventricine, salsicce, dolci e un buon bicchiere di fermentato. Queste compagnie, si presentano col carattere del burlesco, della tradizione giullaresca di origine medievale, che comunque ‘tengono in vita quei meccanismi di solidarietà’, questa la definizione dell’ insigne demologo Emiliano Giancristofaro e ‘fanno di questo Santo un simbolo precarnevalesco per quanto riguarda l’atmosfera gioiosa di questa festa’. I cori sono accompagnati anche da strumenti musicali, il più caratteristico dei quali è la caccavella, in vernacolo ‘ béuche béuche’: si tratta di una pentola di terracotta coperta da pelle attraversata da un bastone che, mandato avanti e indietro con una spugna inumidita, produce un rumore cupo e sempre uguale. Il tema principale, che accomuna i canti dei vari paesi (San Salvo, Vasto, Palmoli, Fresagrandinaria, Casoli, Loreto Aprutino, Palena, Torricella Peligna, Petacciato…) è rappresentato dalla lotta tra il diavolo e il Santo, con la vittoria di quest’ ultimo. Ma perché questo Santo è in stretta connessione con il demonio? La storia, più ragionevolmente la leggenda, ci dà la risposta. Il concepimento dell’ Abate sarebbe avvenuto in situazione peccaminosa, durante il pellegrinaggio che i genitori hanno compiuto a Santiago di Compostela Atanasio, Historia Sancti Antonii): il papà non avrebbe rispettato l’interdizione sessuale, caratteristica peculiare di questo genere di viaggi. Di qui le traversie del Santo e il suo perenne combattimento con satana, che si manifesta a lui nelle forme più svariate e imprevedibili.


Ormai da oltre un ventennio, la cittadina di San Salvo è divenuta teatro di una rassegna interregionale dei cori del Sant’ Antonio, che gareggiano simpaticamente e amichevolmente, e danno luogo ad una bellissima manifestazione che termina con la vincita di una porchetta al forno, decretata per estrazione.
Il costume di circolare liberamente per il paese e di mangiare a crepapelle, facendo del porco un animale grasso e ben pasciuto, ha originato alcune colorite espressioni: fa come il maialetto di Sant’ Antonio, mendica, fa l’accattone, chiede l’elemosina; è avido, è goloso; è bianco e rosso come il porcello di Sant’ Antonio, gode di ottima salute, come il maialino di Sant’ Antonio.

Emidio Di Paolo

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