Nel pantheon laico del Risorgimento italiano, Giuseppe Garibaldi occupa un posto d’onore quasi intoccabile. Eroe dei due mondi, protagonista delle guerre di liberazione sudamericane negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, difensore della Repubblica romana del 1849, egli è stato a lungo rappresentato come il condottiero disinteressato che sacrificò se stesso per l’unità della patria. Eppure, proprio nel momento decisivo della sua impresa più celebre, Garibaldi compì quello che, da una prospettiva repubblicana, appare come il più grave errore politico della sua vita: consegnare l’Italia nascente alla monarchia sabauda, rinunciando a tradurre la rivoluzione in una rifondazione democratica dello Stato.
La spedizione dei Mille, iniziata il 5 maggio 1860 con la partenza da Quarto e approdata a Marsala l’11 maggio, non fu soltanto un’operazione militare audace e temeraria. Fu, piuttosto, un evento rivoluzionario nel senso pieno del termine. Nel giro di pochi mesi, tra la caduta di Palermo (giugno 1860) e la vittoria sul continente culminata con l’ingresso a Napoli il 7 settembre 1860, crollò uno Stato – quello borbonico – già profondamente delegittimato dall’oppressione politica, dall’arretratezza amministrativa e dall’assenza di un reale consenso popolare.
In Sicilia e nel Mezzogiorno continentale, Garibaldi non fu semplicemente un conquistatore: fu accolto come liberatore. La sua autorità non derivava da una legittimazione dinastica o diplomatica, ma da un consenso che nasceva dal basso, dal popolo armato e mobilitato, dai contadini, dagli artigiani, dai ceti subalterni che vedevano nella sua avanzata la promessa di una trasformazione radicale. In quel contesto, tra l’estate e l’autunno del 1860, si aprì una possibilità storica rara: fondare l’unità italiana su basi repubblicane, democratiche e popolari, saldando la liberazione nazionale con l’emancipazione politica e sociale.
Garibaldi conosceva bene quell’orizzonte. La sua biografia politica lo dimostra senza ambiguità. Aveva combattuto per la Repubblica romana del 1849, difendendola fino all’ultimo contro l’intervento delle potenze cattoliche; aveva condiviso l’ideale mazziniano di una nazione fondata sulla sovranità del popolo; aveva incarnato, per oltre vent’anni, un patriottismo radicale e profondamente anti-monarchico. Nulla, sul piano militare o politico, lo obbligava a fermarsi davanti a Teano e a consegnare le sue conquiste a Vittorio Emanuele II.
L’incontro di Teano, il 26 ottobre 1860, celebrato dalla storiografia ufficiale come l’atto fondativo dell’unità nazionale, fu in realtà una scelta politica consapevole. Garibaldi riconobbe il sovrano sabaudo come re d’Italia e rinunciò formalmente a ogni progetto repubblicano. Quel gesto, presentato come atto di realismo e di supremo senso dell’unità, fu invece una resa ideologica e storica: la subordinazione di una rivoluzione popolare a una soluzione dinastica. Un gravissimo errore storico, i cui riverberi si sarebbero estesi per decenni con grave disagio del popolo e della Patria italiani. Un errore che favorì l’indifendibile vittoria dei privilegi del sangue su quelli del merito, dei titoli nobiliari sugli impeti rivoluzionari provenienti da coloro che sarebbero dovuti essere i veri, nuovi sovrani della nuova Italia Unita: gli italiani, il popolo prima oppresso ora liberato.
La monarchia sabauda non rappresentava il naturale sbocco del moto risorgimentale, ma il suo addomesticamento. Il Regno di Sardegna era uno Stato centralista e conservatore, dotato sì di uno statuto liberale – lo Statuto Albertino del 1848 – ma concesso dall’alto, non frutto di una sovranità costituente popolare, e in linea di principio revocabile. Esso non poteva incarnare le aspirazioni profonde di partecipazione politica, giustizia sociale e uguaglianza che avevano animato le masse coinvolte nell’impresa garibaldina.
Con l’annessione al Piemonte, sancita dalle consultazioni plebiscitarie dell’ottobre 1860, il Mezzogiorno non fu realmente liberato: fu occupato. I plebisciti, svolti in un clima di controllo militare e senza un autentico dibattito politico, produssero un consenso formale che mascherava l’esclusione sostanziale del popolo dalla costruzione dello Stato unitario. La proclamazione del Regno d’Italia, avvenuta il 17 marzo 1861, segnò la nascita di uno Stato nazionale privo però di una vera legittimazione democratica.
Garibaldi giustificò la sua scelta in nome dell’unità, temendo che una soluzione repubblicana potesse innescare una guerra civile o provocare l’intervento delle potenze straniere, in particolare della Francia di Napoleone III. Ma la storia insegna che l’unità costruita sacrificando la democrazia genera fratture profonde e durature. Lo Stato unitario nacque senza una reale partecipazione popolare e trattò il Sud come un problema di ordine pubblico più che come una componente viva della nazione.
Il fenomeno del brigantaggio, esploso tra il 1861 e il 1865 e represso con una violenza militare senza precedenti nella storia italiana pre-unitaria, fu anche il prodotto diretto di quella mancata integrazione politica e sociale. L’assenza di riforme agrarie, l’imposizione fiscale, la coscrizione obbligatoria e la continuità delle élite locali alimentarono una guerra civile non dichiarata che mise a nudo il carattere autoritario dello Stato unitario.
L’errore di Garibaldi non fu morale, ma politico. Egli scelse l’uomo sbagliato e l’istituzione sbagliata per custodire il frutto di una rivoluzione. Affidò l’Italia a una dinastia che non aveva mai creduto davvero nella sovranità popolare e che avrebbe governato per decenni mantenendo vaste masse escluse dalla cittadinanza reale, come dimostrano il suffragio ristretto e l’assenza di diritti sociali effettivi.
La repubblica arrivò solo il 2 giugno 1946, dopo due guerre mondiali, una crisi dello Stato liberale e vent’anni di dittatura fascista: un prezzo altissimo per quella rinuncia originaria. In questo senso, il compromesso del 1860 non fu una semplice tappa tattica, ma una frattura strutturale nella storia politica italiana.
Riconoscere questo errore non significa demolire Garibaldi, ma restituirlo alla storia, sottraendolo alla retorica celebrativa. Significa ammettere che il Risorgimento fu un processo incompiuto e che il suo “peccato originale” fu proprio l’aver scambiato l’unità per la libertà. Da una prospettiva repubblicana, Teano non è il trionfo della patria, ma il luogo simbolico di un’occasione perduta.
Una Repubblica italiana nata nell’ottobre 1860 – data della “resa” di Teano – e presieduta dal mazziniano Garibaldi o da Giuseppe Mazzini in persona, o da entrambi in sinergia reciproca, avrebbe regalato alla Storia d’Italia un gioiello di libertà, sovranità popolare e innovazione tali da accelerare il progresso di liberazione di una nazione arretrata; le monarchie, si sa, storicamente sono universi monolaterali lontanissimi dalle esigenze del popolo che governano. Garibaldi commise un grave errore politico e, con esso, un contestuale, irragionevole sbaglio storico.
Questo articolo è firmato da Yari Lepre Marrani,

Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e poeta. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico - giuridiche.
Sull'Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG(Notizie Geopolitiche).
Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell'AMI(Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora
da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani