Dario Rapino, avvocato e giornalista, a partire dall’avvelenamento di alcuni lupi nell’Appennino abruzzese propone una riflessione che va oltre la cronaca e tocca il rapporto profondo tra esseri umani e natura. Il gesto di eliminare il predatore diventa così il sintomo di paure, visioni e fragilità collettive, mettendo in discussione il modo in cui concepiamo il selvatico e la convivenza con esso.
“In pochi giorni, tra Pescasseroli ed Alfedena sono stati avvelenati almeno dieci lupi. Si ripropone in primavera di ogni anno la strage di questi animali. Gli antichi pastori definivano questi eventi “pulizie di primavera”, con ciò significando la bonifica del territorio dei pascoli dai predatori. E’ questo l’ambito nel quale dovrebbero concentrarsi le indagini. Il senso di impunità e la crescente riduzione del livello di protezione del lupo, fanno il resto. Questa la mia riflessione. Uccidere un lupo con il veleno non è mai un atto di “protezione”. È un gesto che elimina la distanza, la responsabilità, il rischio: un atto compiuto senza guardare negli occhi l’animale, senza assumersi il peso della scelta. È un modo di dire: la natura deve stare al suo posto, e quel posto lo decido io. Il veleno è la forma più vigliacca di violenza: colpisce senza distinzione, senza misura, senza volto. E infatti non uccide solo il lupo: uccide volpi, cani, rapaci, insetti, orsi e contamina il suolo. È un atto che non difende nulla: distrugge. Chi commenta favorevolmente l’avvelenamento dei lupi rivela almeno tre cose: Una paura non elaborata, trasformata in ostilità. Il lupo diventa un simbolo su cui proiettare ansie, frustrazioni, sensazioni di impotenza. Una visione utilitaristica della natura, dove ciò che non serve o disturba va eliminato. È la logica del “territorio come proprietà”, non come ecosistema. Un bisogno di sentirsi forti attraverso la debolezza altrui. Applaudire la morte di un animale avvelenato è un modo di affermare un potere che non si possiede nella vita reale. Non è un caso che spesso questi commenti siano accompagnati da toni sprezzanti, da un linguaggio che riduce il lupo a “bestia”, “problema”, “parassita”. È un meccanismo antico: disumanizzare (o meglio, de-animalizzare) per giustificare la violenza. Il lupo, in Italia e in Abruzzo in particolare, è un animale che porta con sé una memoria lunga: simbolo di libertà, di resilienza, di comunità, di un equilibrio che precede l’uomo e che l’uomo non controlla. Per questo suscita reazioni così forti. Non è il lupo a essere “pericoloso”: è l’idea che esista qualcosa di selvatico, non addomesticabile, che vive accanto a noi. L’avvelenamento è allora un tentativo di cancellare questa alterità, di riportare il mondo a una dimensione più semplice, più controllabile, più rassicurante. Ma è un’illusione: eliminare il selvatico non porta sicurezza, porta solo un paesaggio più povero, più fragile, più muto. Quando un lupo viene avvelenato, non muore solo un animale. Muore un pezzo di immaginario, di storia, di equilibrio. Muore la possibilità di un rapporto diverso con il vivente. E quando qualcuno applaude, ci accorgiamo che la ferita non è solo nella foresta: è nella comunità. È nella nostra incapacità di pensare la convivenza, di accettare la complessità, di riconoscere che la natura non è un nemico da sottomettere ma un interlocutore da ascoltare. Ogni volta che un lupo viene avvelenato, la domanda non è: perché il lupo è morto? La domanda è: che cosa stiamo diventando noi?”
Dario Rapino