Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di Polizia Penitenziaria, psicologo ed
esperto di criminologia, da tempo punto di riferimento nell’analisi dei fenomeni criminali e
delle loro ricadute sociali e istituzionali, offre sul caso una riflessione di natura psicologica e
criminologica, fondata anche su trent’anni di esperienza maturati all’interno del sistema
penitenziario e sull’osservazione costante delle dinamiche investigative che accompagnano i
delitti più complessi.
“Quando gli investigatori decidono di risentire la stessa persona a distanza di poco tempo, e
soprattutto lo fanno separatamente dagli altri, significa che stanno svolgendo un lavoro
molto preciso. Non vuol dire automaticamente che quella persona sia colpevole, ma vuol
dire quasi sempre che la sua versione viene considerata centrale per ricostruire il quadro.
La seconda audizione serve innanzitutto a verificare la tenuta del racconto. Chi riferisce fatti
veri tende, pur con le normali oscillazioni della memoria, a mantenere intatta l’ossatura
principale della narrazione. Chi invece omette, copre, attenua o costruisce, molto spesso alla
seconda convocazione mostra delle crepe: cambia un orario, corregge un dettaglio,
aggiunge particolari prima taciuti oppure diventa eccessivamente prudente proprio sui
passaggi più delicati.
Il fatto che la persona venga sentita da sola ha un significato investigativo preciso. Separarla
dagli altri protagonisti del contesto familiare o relazionale serve a evitare influenze,
condizionamenti, aggiustamenti reciproci delle versioni e perfino semplici sintonie emotive.
In sostanza, gli investigatori vogliono capire che cosa resta del racconto quando il
dichiarante è lasciato solo davanti ai fatti e alle proprie parole.
Dal punto di vista psicologico, la seconda audizione è spesso il momento in cui aumenta la
pressione interna. La persona comprende che chi indaga non si è fermato alla prima
impressione, che alcuni elementi sono stati verificati e che ora non basta più una versione
generica. È proprio in quel passaggio che possono emergere esitazioni, contraddizioni,
giustificazioni non richieste o improvvisi vuoti di memoria selettivi.
In termini criminologici una seconda convocazione ravvicinata e individuale indica quasi
sempre tre cose: che quella persona è ritenuta importante, che il suo racconto viene testato
e che gli investigatori stanno cercando di capire se sia soltanto una testimone significativa
oppure un nodo molto più delicato all’interno della vicenda.
Naturalmente spetterà soltanto alla magistratura accertare responsabilità e trasformare
sospetti e incongruenze in prove. Ma quando la stessa persona viene richiamata in tempi
rapidi e sentita da sola, è evidente che chi indaga sta stringendo il campo e verificando con
attenzione dove, dentro quel racconto, possa nascondersi la verità”