Sul caso di Pietracatella, che continua a scuotere profondamente l’opinione pubblica per la sua gravità e per i contorni ancora inquietanti della vicenda, interviene Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di Polizia Penitenziaria, psicologo ed esperto di criminologia, da oltre trent’anni attento osservatore delle dinamiche criminali e delle loro ricadute sociali e istituzionali.
«Dalla mia analisi – afferma Di Giacomo – sono convinto che il cerchio si stia restringendo attorno a due persone. È questa oggi la chiave di lettura centrale dell’intera vicenda. Due soggetti che possono aver agito separatamente oppure insieme, in una forma di concorso che dovrà essere verificata con rigore dagli investigatori. La mia valutazione si fonda su elementi psicologici e criminologici, sulla dinamica del fatto, sul contesto relazionale e sul profilo di un delitto che non appare né casuale né improvvisato».
«Quando ci si trova di fronte a vicende di questo tipo – prosegue – bisogna comprendere che non sempre l’autore lascia tracce chiare e lineari. Al contrario, nei delitti maturati in contesti di prossimità o comunque caratterizzati da una conoscenza profonda delle vittime, è frequente che chi agisce sfrutti proprio la familiarità con luoghi, abitudini e vulnerabilità. Questo rende le indagini particolarmente complesse».
Secondo Di Giacomo, il dato più significativo è il progressivo restringimento del campo: «Non siamo più nella fase delle ipotesi generiche e indistinte. Oggi emerge con sempre maggiore evidenza che il perimetro dei possibili responsabili si sta chiudendo. E quando si restringe a due persone, non si è più nel campo delle suggestioni, ma in quello di una direzione logica precisa, che dovrà trovare conferma nelle risultanze investigative».
Il criminologo sottolinea però un aspetto cruciale: «Proprio perché parliamo con ogni probabilità di soggetti che conoscevano bene la realtà familiare e i movimenti delle vittime, non sarà semplice arrivare a prove certe e definitive. Chi agisce in questi contesti costruisce il proprio vantaggio sulla normalità apparente e sulla capacità di confondersi nella quotidianità».
«Per questo – aggiunge – serviranno pazienza, rigore, riscontri oggettivi e una grande capacità investigativa. Le intuizioni possono indicare una direzione, ma uno Stato serio si fonda sulle prove. Ed è giusto che sia così. Il lavoro degli inquirenti sarà complesso e probabilmente più lungo di quanto molti immaginino».
Infine, Di Giacomo invita alla prudenza: «Bisogna evitare sia i processi sommari sia l’ipocrisia di ignorare segnali evidenti. Oggi questi segnali indicano che il caso converge su due figure precise. Una potrebbe aver agito da sola, oppure entrambe potrebbero aver condiviso, in forme diverse, lo stesso obiettivo criminale. Questa è, allo stato, la lettura più coerente. Saranno poi le prove a trasformare l’analisi in verità giudiziaria».