Nuovo capitolo del dibattito sulla possibile aggregazione della provincia di Isernia all’Abruzzo. Enzo Delli Quadri risponde punto per punto alle osservazioni del presidente Di Giacomo e rilancia la questione centrale: l’autonomia regionale ha davvero rafforzato il Molise o oggi ne limita la capacità di attrarre servizi, investimenti e infrastrutture?
Di seguito la replica di Enzo Delli Quadri a Vincenzo Di Giacomo
"Caro Presidente Di Giacomo, rispondo volentieri alle sue domande. Ma partiamo da una cartina.
La cartina pubblicata a corredo del suo articolo è già, involontariamente, una dimostrazione del problema. Quella evidenziata in arancione non è la Provincia di Isernia nella sua interezza geografica così come la si dovrebbe rappresentare in un confronto territoriale, ma un piccolo lembo schiacciato fra Abruzzo, Campania e il resto del Molise. Visivamente sembra quasi che si voglia dimostrare quanto sarebbe irrilevante un territorio di appena 78 mila abitanti. La cartina che allego io mostra invece il dato essenziale: Isernia non va confrontata da sola con l'intero Abruzzo, ma va collocata dentro un sistema territoriale più vasto, fatto di Abruzzo, Molise, Lazio e Campania. È proprio questo il punto della discussione.
1. "Con l'Abruzzo perderemmo rappresentanza politica".
Certamente Isernia peserebbe percentualmente meno dentro una Regione da oltre un milione di abitanti. Ma la vera domanda è un'altra: quanto pesa oggi una Regione intera di circa 285 mila abitanti nei confronti dello Stato, dell'Europa e dei grandi centri decisionali? Non basta avere un presidente, una Giunta e venti consiglieri regionali per avere più forza. Bisogna chiedersi quanta capacità concreta abbiano di ottenere infrastrutture, servizi, investimenti e sanità.
2. "Piccolo non significa inefficiente: esistono la Svizzera e il Delaware".
È vero. Ma è un paragone che non dimostra nulla. La Svizzera è uno Stato federale ricchissimo, con una storia, una fiscalità e istituzioni completamente diverse. Il Delaware è inserito nella più grande economia federale del mondo. Il problema non è dunque essere piccoli in assoluto: è essere piccoli all'interno di un sistema nel quale molte decisioni e molti criteri di allocazione delle risorse dipendono dal bacino servito, dalla domanda potenziale, dal numero degli utenti e dal rapporto costi-benefici.
3. "Il Molise è cresciuto dopo il 1963, quindi l'autonomia è stata un successo".
Qui continuo a non essere convinto. Che il Molise sia cresciuto nel dopoguerra è evidente. Ma bisogna dimostrare che quella crescita sia stata prodotta dall'autonomia regionale. Bifernina, Trignina, industrializzazione di Termoli, intervento straordinario nel Mezzogiorno e grandi infrastrutture appartengono in larga parte alla stagione degli investimenti nazionali. La domanda resta: che cosa ha prodotto autonomamente il sistema regionale molisano nei decenni successivi? Oggi abbiamo spopolamento, crisi sanitaria, debolezza industriale e difficoltà infrastrutturali. Non basta citare il reddito pro capite del 1974.
4. "Con l'Abruzzo saremmo periferia".
Ma periferia rispetto a cosa? Oggi l'Alto Molise e la provincia di Isernia sono già periferia rispetto a Campobasso. Su sanità, trasporti e servizi essenziali questa percezione è fortissima. Il problema non è quindi scegliere fra "centro" e "periferia"; è capire quale aggregazione territoriale dia maggiori possibilità di difendere servizi e investimenti.
5. Gli investimenti: qui sta il punto decisivo.
Di Giacomo osserva correttamente che alcune norme non distribuiscono semplicemente tutto "in proporzione agli abitanti". È vero e va riconosciuto. Per esempio, la legge 145/2018 prevede che almeno il 70% di determinati contributi regionali per investimenti sia destinato ai Comuni del territorio; quel 70% riguarda però come la Regione deve utilizzare una somma che le è già stata assegnata, non dimostra affatto che una piccola Regione riceva dallo Stato le stesse opportunità finanziarie di una grande.
Il problema vero viene prima: quando si decide se un'opera è sostenibile, prioritaria e capace di servire una domanda sufficiente. Nella programmazione pubblica entrano inevitabilmente il numero degli utenti potenziali, i benefici attesi, i costi e la dimensione del bacino servito. E quando si compete per risorse limitate, un territorio di 285 mila abitanti parte strutturalmente con minore massa critica rispetto a territori da uno, due o quattro milioni. Questo non significa che una legge dica brutalmente "pochi abitanti, niente soldi"; significa qualcosa di più sottile e più serio: molte opere diventano meno competitive proprio perché devono essere giustificate su numeri troppo piccoli.
È quindi fuorviante rispondere: "non esiste una legge che vieti i finanziamenti al Molise". Nessuno lo ha mai sostenuto. Sostengo invece che la piccola dimensione demografica riduce il peso politico, il bacino d'utenza e spesso la convenienza economica attribuita ai grandi investimenti.
6. Una precisazione costituzionale.
si cita una soglia di due milioni di abitanti per la formazione di nuove Regioni. Ma l'articolo 132 della Costituzione parla oggi di un minimo di un milione di abitanti, non due milioni. E lo stesso articolo prevede esplicitamente la possibilità che Province o Comuni vengano distaccati da una Regione e aggregati a un'altra, previo referendum e legge della Repubblica.
Ed è qui che torno alla mia tesi iniziale. Non sostengo che l'Abruzzo sia il paradiso né che l'aggregazione risolverebbe automaticamente ogni problema. Sostengo che dopo oltre sessant'anni di autonomia sia legittimo fare il bilancio dei risultati e chiedersi se una Regione di meno di 300 mila abitanti abbia ancora dimensioni sufficienti per competere.
La risposta non può essere: "abbiamo sempre fatto così".
La domanda è molto più semplice:
I cittadini molisani stanno pagando l'autonomia con più servizi oppure con più apparati?
Su questo, Presidente Di Giacomo, attendo ancora una risposta.
La cartina pubblicata a corredo del suo articolo è già, involontariamente, una dimostrazione del problema. Quella evidenziata in arancione non è la Provincia di Isernia nella sua interezza geografica così come la si dovrebbe rappresentare in un confronto territoriale, ma un piccolo lembo schiacciato fra Abruzzo, Campania e il resto del Molise. Visivamente sembra quasi che si voglia dimostrare quanto sarebbe irrilevante un territorio di appena 78 mila abitanti. La cartina che allego io mostra invece il dato essenziale: Isernia non va confrontata da sola con l'intero Abruzzo, ma va collocata dentro un sistema territoriale più vasto, fatto di Abruzzo, Molise, Lazio e Campania. È proprio questo il punto della discussione.
1. "Con l'Abruzzo perderemmo rappresentanza politica".
Certamente Isernia peserebbe percentualmente meno dentro una Regione da oltre un milione di abitanti. Ma la vera domanda è un'altra: quanto pesa oggi una Regione intera di circa 285 mila abitanti nei confronti dello Stato, dell'Europa e dei grandi centri decisionali? Non basta avere un presidente, una Giunta e venti consiglieri regionali per avere più forza. Bisogna chiedersi quanta capacità concreta abbiano di ottenere infrastrutture, servizi, investimenti e sanità.
2. "Piccolo non significa inefficiente: esistono la Svizzera e il Delaware".
È vero. Ma è un paragone che non dimostra nulla. La Svizzera è uno Stato federale ricchissimo, con una storia, una fiscalità e istituzioni completamente diverse. Il Delaware è inserito nella più grande economia federale del mondo. Il problema non è dunque essere piccoli in assoluto: è essere piccoli all'interno di un sistema nel quale molte decisioni e molti criteri di allocazione delle risorse dipendono dal bacino servito, dalla domanda potenziale, dal numero degli utenti e dal rapporto costi-benefici.
3. "Il Molise è cresciuto dopo il 1963, quindi l'autonomia è stata un successo".
Qui continuo a non essere convinto. Che il Molise sia cresciuto nel dopoguerra è evidente. Ma bisogna dimostrare che quella crescita sia stata prodotta dall'autonomia regionale. Bifernina, Trignina, industrializzazione di Termoli, intervento straordinario nel Mezzogiorno e grandi infrastrutture appartengono in larga parte alla stagione degli investimenti nazionali. La domanda resta: che cosa ha prodotto autonomamente il sistema regionale molisano nei decenni successivi? Oggi abbiamo spopolamento, crisi sanitaria, debolezza industriale e difficoltà infrastrutturali. Non basta citare il reddito pro capite del 1974.
4. "Con l'Abruzzo saremmo periferia".
Ma periferia rispetto a cosa? Oggi l'Alto Molise e la provincia di Isernia sono già periferia rispetto a Campobasso. Su sanità, trasporti e servizi essenziali questa percezione è fortissima. Il problema non è quindi scegliere fra "centro" e "periferia"; è capire quale aggregazione territoriale dia maggiori possibilità di difendere servizi e investimenti.
5. Gli investimenti: qui sta il punto decisivo.
Di Giacomo osserva correttamente che alcune norme non distribuiscono semplicemente tutto "in proporzione agli abitanti". È vero e va riconosciuto. Per esempio, la legge 145/2018 prevede che almeno il 70% di determinati contributi regionali per investimenti sia destinato ai Comuni del territorio; quel 70% riguarda però come la Regione deve utilizzare una somma che le è già stata assegnata, non dimostra affatto che una piccola Regione riceva dallo Stato le stesse opportunità finanziarie di una grande.
Il problema vero viene prima: quando si decide se un'opera è sostenibile, prioritaria e capace di servire una domanda sufficiente. Nella programmazione pubblica entrano inevitabilmente il numero degli utenti potenziali, i benefici attesi, i costi e la dimensione del bacino servito. E quando si compete per risorse limitate, un territorio di 285 mila abitanti parte strutturalmente con minore massa critica rispetto a territori da uno, due o quattro milioni. Questo non significa che una legge dica brutalmente "pochi abitanti, niente soldi"; significa qualcosa di più sottile e più serio: molte opere diventano meno competitive proprio perché devono essere giustificate su numeri troppo piccoli.
È quindi fuorviante rispondere: "non esiste una legge che vieti i finanziamenti al Molise". Nessuno lo ha mai sostenuto. Sostengo invece che la piccola dimensione demografica riduce il peso politico, il bacino d'utenza e spesso la convenienza economica attribuita ai grandi investimenti.
6. Una precisazione costituzionale.
si cita una soglia di due milioni di abitanti per la formazione di nuove Regioni. Ma l'articolo 132 della Costituzione parla oggi di un minimo di un milione di abitanti, non due milioni. E lo stesso articolo prevede esplicitamente la possibilità che Province o Comuni vengano distaccati da una Regione e aggregati a un'altra, previo referendum e legge della Repubblica.
Ed è qui che torno alla mia tesi iniziale. Non sostengo che l'Abruzzo sia il paradiso né che l'aggregazione risolverebbe automaticamente ogni problema. Sostengo che dopo oltre sessant'anni di autonomia sia legittimo fare il bilancio dei risultati e chiedersi se una Regione di meno di 300 mila abitanti abbia ancora dimensioni sufficienti per competere.
La risposta non può essere: "abbiamo sempre fatto così".
La domanda è molto più semplice:
I cittadini molisani stanno pagando l'autonomia con più servizi oppure con più apparati?
Su questo, Presidente Di Giacomo, attendo ancora una risposta.
Enzo Carmine Delli Quadri