Prosegue il confronto sul futuro della provincia di Isernia e sull’ipotesi di aggregazione all’Abruzzo. Dopo le considerazioni di Vincenzo Di Giacomo, arriva la replica di Enzo Delli Quadri, che sposta il punto della discussione: non solo i possibili rischi di un passaggio all’Abruzzo, ma anche il bilancio di oltre mezzo secolo di autonomia regionale. Spopolamento, sanità, servizi e futuro delle aree interne sono al centro di una domanda : che cosa ha prodotto il Molise per l’Alto Molise
Di seguito la replica di Delli Quadri:
Vincenzo Di Giacomo torna sull'ipotesi di aggregazione della provincia di Isernia all'Abruzzo e ci ammonisce: rischiamo di passare «dalla padella alla brace». Pone domande su sanità, debiti, rappresentanza politica, uffici pubblici, Tribunale, infrastrutture e lavoro.
Domande legittime. Ma ne manca una. La più importante:
dopo oltre mezzo secolo di autonomia regionale, che cosa ha prodotto questo Molise per la provincia di Isernia e, soprattutto, per le sue aree interne?
Perché non si può discutere all'infinito di ciò che potremmo perdere andando via senza avere il coraggio di fare l'inventario di ciò che abbiamo già perso restando.
L'Alto Molise si è svuotato. I giovani se ne sono andati. Servizi e presidi sono stati ridimensionati. E proprio mentre ci viene spiegato quanto sarebbe pericoloso abbandonare il Molise, la nuova rete ospedaliera prevede la rimodulazione del Caracciolo di Agnone in Ospedale di Comunità e la conversione del Punto nascita di Isernia in Centro di Maternità. Non è propaganda del comitato referendario: è cronaca dell'agosto 2026.
E allora di quale patrimonio intangibile stiamo parlando?
La paura non può diventare un programma politico
Il ragionamento contrario all'aggregazione sembra sempre partire dalla stessa premessa: attenzione, in Abruzzo potremmo contare meno.
Può essere. È un rischio da valutare seriamente.
Ma oggi quanto contiamo?
Non mi interessa sapere quanti consiglieri, assessori, presidenti, direttori e rappresentanti istituzionali possiamo vantare sulla carta. Mi interessa sapere quale forza abbiano avuto nel fermare lo spopolamento, nel creare lavoro, nel garantire collegamenti moderni, nel difendere i servizi essenziali.
Una rappresentanza politica non si misura contando le sedie occupate. Si misura contando i risultati ottenuti per chi su quelle sedie non siede.
Ed è precisamente qui che il bilancio diventa impietoso.
Sulla sanità, poi, il paradosso è clamoroso
Ci viene domandato: chi garantisce che con l'Abruzzo la sanità migliorerà?
Nessuno.
E infatti nessuna persona seria dovrebbe prometterlo.
Ma rovesciamo ancora una volta la domanda: chi può garantire che restando nel Molise non continuerà a peggiorare?
Il sistema sanitario molisano è sottoposto a commissariamento e a una riorganizzazione tanto controversa da avere provocato ricorsi e interventi del TAR. A luglio erano stati congelati in sede cautelare interventi riguardanti, fra l'altro, il Punto nascita di Isernia e il Caracciolo di Agnone.
Questa sarebbe la sicurezza che dovremmo difendere?
Non sto sostenendo che l'Abruzzo sia il paradiso sanitario. Sto sostenendo una cosa molto più semplice: non si può usare la paura di un ipotetico peggioramento futuro per nascondere un peggioramento presente che abbiamo sotto gli occhi.
E arriviamo al vero equivoco: gli uffici
Tribunale, uffici regionali, strutture amministrative, rappresentanza istituzionale.
Qui bisogna stare molto attenti.
Perché una Regione non esiste per mantenere in vita se stessa.
Non esiste per conservare un apparato amministrativo. Non esiste per garantire cariche. Non esiste affinché una classe dirigente possa dire: almeno qui comandiamo noi.
La Regione è uno strumento. I cittadini sono il fine.
Quando lo strumento costa, si moltiplica, si alimenta e contemporaneamente il territorio perde popolazione, attività economiche e servizi, non si può rispondere che bisogna conservarlo perché altrimenti perderemmo gli uffici che quello stesso strumento ha creato.
Sarebbe come difendere una fabbrica che non produce più nulla perché chiudendola perderemmo l'ufficio del direttore.
Il Tribunale? Discutiamone con i fatti, non con gli spettri
Il Tribunale di Isernia oggi esiste ed è pienamente operativo; nel marzo 2026 si è insediata la nuova presidente Margiolina Mastronardi, succedendo proprio a Vincenzo Di Giacomo.
Se qualcuno sostiene che l'aggregazione all'Abruzzo ne determinerebbe necessariamente la soppressione, allora indichi la norma, il procedimento e il nesso giuridico che renderebbero automatica quella conseguenza.
Altrimenti stiamo parlando di un rischio politico da valutare, non di una certezza da agitare davanti ai cittadini.
E sui rischi possiamo discutere. Sulle profezie no.
«Periferia della periferia»
È forse l'argomento più suggestivo.
Andando in Abruzzo diventeremmo periferia della periferia.
Ma Agnone che cos'è oggi?
Che cosa sono Capracotta, Pescopennataro, Vastogirardi e tanti piccoli centri dell'interno?
Il centro dell'Impero?
Il problema è precisamente questo: una parte del territorio molisano è già diventata periferia mentre disponeva di una Regione tutta sua.
Abbiamo avuto la Regione.
Abbiamo avuto il Consiglio regionale.
Abbiamo avuto assessori, presidenti, enti, strutture e apparati.
E abbiamo avuto contemporaneamente lo spopolamento.
Questo è il dato politico che nessuna disputa contabile può cancellare.
Nessuno vende il paradiso abruzzese
È bene dirlo chiaramente, così eliminiamo anche questo comodo bersaglio.
L'Abruzzo ha problemi. Ha debiti. Ha difficoltà sanitarie. Ha aree interne che soffrono. Di Giacomo richiama, tra l'altro, i debiti sanitari e non sanitari abruzzesi e domanda perché l'Abruzzo dovrebbe farsi carico di quelli molisani. È una questione concreta, che merita una risposta tecnica nell'eventuale percorso istituzionale.
Ma il referendum non deve essere trasformato in un concorso di bellezza tra Regioni.
La questione è un'altra:
la dimensione istituzionale del Molise ha ancora senso per i cittadini oppure serve ormai soprattutto a perpetuare l'apparato che essa stessa ha creato?
Questa è la domanda che disturba.
Perché dietro ogni discussione sull'autonomia regionale compare inevitabilmente un sistema di incarichi, enti, strutture, rappresentanze e centri decisionali che dall'esistenza della Regione trae la propria ragion d'essere.
Non affermo che chi difende il Molise lo faccia per interesse personale. Sarebbe un'accusa che richiederebbe prove.
Affermo qualcosa di politicamente molto più serio: chi difende questo assetto ha l'obbligo di dimostrare che esso serve innanzitutto ai cittadini e non alla propria perpetuazione.
Adesso i conti facciamoli davvero
Non chiedeteci soltanto che cosa perderemmo andando in Abruzzo.
Diteci che cosa abbiamo ottenuto restando nel Molise.
Diteci quanti giovani sono rimasti.
Quanti abitanti abbiamo recuperato.
Quali grandi infrastrutture abbiamo conquistato.
Quali servizi abbiamo riportato nelle aree interne.
Quale sviluppo abbiamo costruito.
Quale futuro abbiamo dato ad Agnone e all'Alto Molise.
E soprattutto spiegateci perché, dopo più di mezzo secolo, dovremmo credere che domani riuscirà ciò che ieri ha fallito.
Io nel 1990 scrivevo dello spopolamento dell'Alto Molise. Non occorreva essere profeti. Bastava guardare dove stavamo andando.
Sono trascorsi trentasei anni.
Adesso non basta più gridare: «Attenti all'Abruzzo!»
Dopo decenni trascorsi a difendere l'autonomia regionale, è arrivato il momento che siano i suoi difensori a presentare il conto ai cittadini.
Non quello delle poltrone che potrebbero scomparire.
Quello dei risultati che avrebbero dovuto produrre.
E se, dopo oltre mezzo secolo, la migliore ragione per restare è ancora la paura di ciò che potrebbe accadere andando via, allora forse il problema non è l'Abruzzo.
Il problema è ciò che il Molise è diventato mentre qualcuno continuava ostinatamente a difenderlo così com'è.
Enzo Delli Quadri