È stato approvato in Consiglio dei ministri, secondo quanto si apprende, il decreto sulla scuola. Il testo tocca snodi sensibili della gestione scolastica: dalle soglie per l’inserimento degli alunni stranieri alla regolamentazione dell’accesso con il volto coperto negli istituti, passando per il supporto alle famiglie in difficoltà e l’aumento dei fondi per il diritto allo studio. L’intervento governativo punta, inoltre, ad aggiornare gli indirizzi d’istruzione secondaria e a destinare nuove risorse al contrasto del bullismo digitale. TANTO RUMORE PER POCO
La rivoluzione annunciata si è ridotta a una regola elementare: per stare bene insieme bisogna riuscire a capirsi
Alla fine, dopo giorni di barricate, allarmi costituzionali, accuse di discriminazione e solenni richiami ai valori dell'integrazione, scopriamo cosa ha partorito la montagna.
Una regola di una semplicità quasi imbarazzante: nelle classi non dovrebbe esserci una concentrazione superiore al 30 per cento di alunni stranieri che non conoscono adeguatamente l'italiano.
Non degli stranieri.
Di quelli che non conoscono la lingua.
Con deroghe, eccezioni e correttivi quando la distribuzione in altre scuole non è concretamente possibile. Sono esclusi, tra gli altri, bambini che hanno già frequentato per almeno due anni la scuola dell'infanzia e, alle superiori, sono previsti criteri legati alla precedente frequenza scolastica. (ANSA.itAttachment.png)
Insomma: tanto rumore per poco.
Eppure Elly Schlein ha definito il decreto una «vergogna» e parlato di «caccia alle streghe sulla pelle dei bambini», sostenendo che i problemi prioritari della scuola siano altri: edifici, costo dei libri e stipendi degli insegnanti. (ANSA.itAttachment.png)
Che questi siano problemi seri è difficile negarlo. Ma una cosa non cancella l'altra.
Occuparsi dell'edilizia scolastica impedisce forse di occuparsi dell'integrazione linguistica? Aumentare gli stipendi degli insegnanti rende inutile preoccuparsi di una classe nella quale troppi bambini non riescano a comprendere ciò che dice il maestro?
Qui l'ideologia rischia di produrre un curioso paradosso: in nome dell'integrazione si finisce per contestare uno degli strumenti indispensabili per integrarsi, la conoscenza della lingua comune.
La scuola deve essere aperta a tutti. Certamente. Ma proprio perché è aperta a tutti deve mettere tutti nelle condizioni di comunicare, imparare, giocare e crescere insieme.
E la questione non riguarda soltanto i bambini italiani. Una classe nella quale molti alunni non comprendono l'italiano rischia di penalizzare anzitutto proprio il bambino appena arrivato, che ha bisogno di impararlo rapidamente per non restare isolato.
Il decreto interviene anche sui genitori quando gravi barriere linguistiche ostacolano l'inserimento scolastico del figlio: sono previsti percorsi per imparare l'italiano e, in caso di mancata partecipazione, sanzioni da 200 a 1.000 euro. L'ipotesi ben più drastica dell'allontanamento del minore, comparsa in una bozza, non è entrata nel testo approvato. (ANSA.itAttachment.png)
Dov'è dunque lo scandalo?
Si può discutere se il 30 per cento sia la percentuale migliore. Si può discutere delle difficoltà pratiche nei quartieri dove la presenza di famiglie straniere è particolarmente alta: gli stessi presidi hanno segnalato che distribuire gli alunni tra scuole diverse può essere complicato. (ANSA.itAttachment.png)
Ma trasformare una misura linguistica, piena di deroghe, in una presunta espulsione dei bambini stranieri dalle aule significa discutere di un provvedimento diverso da quello effettivamente approvato.
E qui, semmai, vedo qualcosa che dovrebbe far riflettere.
Fosse anche una sola classe in tutta Italia, troverei sbagliato considerare normale che un bambino — italiano o straniero che conosca l'italiano — debba frequentare una classe nella quale la maggioranza dei compagni non sia in grado di comprendere la lingua in cui viene svolta la lezione.
Non sarebbe integrazione.
Sarebbe il suo contrario.
Perché integrare non significa mettere semplicemente bambini diversi dentro la stessa stanza e congratularsi con noi stessi per la nostra apertura mentale.
Significa dare loro una lingua comune con cui parlarsi.
E per capire questo non servono né la destra né la sinistra.
Basta il buon senso.