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Roccavivara, la Devozione a San Giuseppe nel racconto di Mario Antenucci: il valore della condivisione

L’autore rocchese ripercorre riti e memoria della comunità.

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Nel giorno della Festa di San Giuseppe, Roccavivara celebra un momento di devozione, memoria e condivisione. Ieri, alla vigilia della ricorrenza, nella Chiesa Madre di San Michele Arcangelo, 32 canestri — uno per ciascuna famiglia che mantiene viva la tradizione — hanno partecipato alla benedizione dei pani.

Ogni cesto conteneva quattro grandi pagnotte, una più piccola e dolci tipici locali, coperti da tovaglie ricamate a mano. La pagnotta più piccola è stata poi raccolta in appositi cesti destinati a RSA e case famiglia della zona, estendendo il gesto di condivisione anche a chi non può partecipare direttamente alla festa.

In un capitolo del libro “Pane e Vino”, Mario Antenucci ripercorre questa tradizione; con gentile concessione dell’autore, riportiamo un estratto che ne racconta il significato più autentico.

«Il mese di marzo era dedicato quasi interamente alla festa di San Giuseppe e alla sua devozione. […]
Un gran numero di famiglie, che avevano la devozione per il Santo, per ricordare la Sacra Famiglia (San Giuseppe, lu vicchie - La Madonna, la vecchie - il Bambinello, l’angilille), che veniva ospitata in una casa patrocinante la festa, il giorno 19 marzo imbandiva un banchetto per riproporre l’antico rito del pasto ereditato dagli avi in loro memoria.

Durante la settimana precedente, ogni famiglia “diventava fervente chiesa domestica”, trascurando il lavoro e dedicandosi completamente ai preparativi. Soprattutto le donne erano affaccendate nella preparazione dei vari dolci tipici (le cancelle, le cille, le pastarelle, le nocche, le taralle) e della specialità principale: le turcinelle, fatti di pasta lievitata e fritta.
Oltre alle specialità, le donne panificavano, quasi facendo a gara a chi facesse le quattro pagnotte più grandi e più belle, che il pomeriggio della vigilia della festa le famiglie devote portavano a benedire in chiesa con grandi canestri ornati con le più belle tovaglie.

Delle quattro, tre venivano fatte recapitare ai componenti la Sacra Famiglia e l’altra veniva consumata durante il pranzo del giorno diciannove. […]
Tre giorni prima della festa, le donne preparavano tre focacce che venivano fatte portare ai tre componenti della Sacra Famiglia, confermando la loro presenza nella casa devota. I dolci venivano distribuiti anche alle famiglie meno abbienti, come gesto di vicinanza e solidarietà. […]
La festa in onore del Santo il giorno 19 iniziava con la celebrazione della messa cantata - messa solenne - nella chiesa madre di San Michele Arcangelo ove accorrevano lu vicchie, la vecchie e l'angilille.[…]

Secondo il cerimoniale dettato dalla tradizione, i tre componenti, prima di entrare in casa, baciavano la mano alla padrona salutandola con la frase "A Gesù e a Maria"; ella rispondeva, baciando a sua volta la loro mano: "Oggi e sempre". Entrati, venivano condotti nella stanza da pranzo. Prima di iniziare il banchetto, le tre persone della Sacra Famiglia e la padrona di casa recitavano le preghiere in onore di San Giuseppe.
Finita la recita, il gruppo baciava la tavola santa e dava inizio alla degustazione delle portate consistenti nelle nove pietanze canoniche della tradizione, cucinate tutte a base di baccalà, di magro, perché la ricorrenza cadeva nel periodo quaresimale. A tavola veniva portato il miglior vino, quello che gli uomini di casa avevano assaggiato già il giorno prima.

Un silenzio religioso dominava la casa e tutto il paese anche quando i suoi vicoli e le sue rue erano animati da gente che arrivava dalle vicine campagne di Trivento, per lo più famiglie di contadini.
Era usanza che, mentre le tre persone pranzavano, i triventini accorressero a frotte, sia anziani che bambini e ragazzi, per chiedere di porta in porta con la frase, "A Gesù e a Maria", un piatto di minestra calda, dai ceci ai fagioli, dalla verdura al riso, e "li turcinelle". […]
In questo giorno santo un piatto di zuppa non si negava a nessuno. Erano la solidarietà e la condivisione, che ricordavano il tempo della fame e il rigore delle calamità naturali come la fuga dei Tre in Egitto. […]»

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