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Ospedali virtuali e Ospedale di Comunità: proposta del Dott. Pannunzio per il rilancio della sanità nell’Alto Molise

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Il  Dott.  Pasquale Pannunzio oculista agnonese si inserisce nel dibattito attuale  per il rilancio della sanità nell’Alto Molise sulla riorganizzazione dei servizi sanitari nelle aree interne. Il progetto punta all’integrazione tra Ospedale di Comunità, telemedicina e assistenza territoriale, con l’obiettivo di garantire cure più efficienti, sostenibili e vicine ai bisogni della popolazione. Attraverso modelli innovativi già sperimentati a livello internazionale, la proposta intende rafforzare la rete sanitaria locale, ridurre i disagi legati alla distanza dai grandi centri ospedalieri e valorizzare le risorse professionali presenti sul territorio.

Di seguito la proposta integrale del dott Pannunzio:

"Ospedali senza medico (ospedali virtuali)
Rappresentano una valida possibilità da applicare sul territorio alto molisano e all’Ospedale di Comunità di Agnone: modelli organizzativi moderni, all’avanguardia, efficienti e sostenibili, che permettono un enorme risparmio di risorse economiche.
Rendiamo efficiente ciò che ci viene proposto. Può rappresentare un punto di ripartenza. Io credo sempre in una sanità alto molisana efficiente, che possa fungere da volano di sviluppo per le aree interne. Bisogna selezionare ciò che è realizzabile da ciò che non è sostenibile. Quello che conta è non perdere tempo, perché dopo un ulteriore fallimento rimarremo davvero a zero.
 

I numeri contano eccome: le prestazioni effettuate rappresentano l’ago della bilancia tra ciò che può rimanere aperto e ciò che va chiuso. Rapporto costo/beneficio: spendere poco e funzionare bene, questo è ciò che conta. L’Ospedale di Comunità rappresenta l’ultima possibilità per l’Alto Molise: se dovesse fallire, fra 2-3 anni il nosocomio sarà destinato a ricovero per gli ovini, se ci saranno ancora imprenditori agricoli disposti a investire su questo territorio.
Gli “ospedali senza medici” (o, meglio, gli ospedali virtuali/virtual ward) sono modelli organizzativi avanzati in cui l’assistenza clinica viene erogata a distanza tramite telemedicina, monitoraggio remoto e un team medico-infermieristico che non è fisicamente presente accanto al paziente, ma connesso digitalmente.
Questi modelli integrano la tecnologia e le consulenze a distanza con il personale sanitario in loco (infermieri o tecnici, ma anche medici, se necessario) per fornire cure, monitoraggio, consulenze specialistiche, analisi, radiografie, ecc., per una corretta gestione delle malattie croniche o acute di minore gravità (media-bassa intensità).
Non si tratta di sostituire l’ospedale fisico, ma di creare un modello ibrido che unisca presenza e digitale.
Avvalersi della telemedicina vuol dire affidarsi a specialisti a distanza, capaci e competenti per la specifica patologia; significa progredire, non rimanere ancorati a modelli vecchi e obsoleti, integrando le competenze e ottimizzando l’operato dei professionisti sul posto.
 

Principali esempi e modelli
SEHA Virtual Hospital – Arabia Saudita
Il più grande ospedale virtuale del mondo (2022). Oltre 130 ospedali connessi, 34 specialità offerte, 150.000 pazienti seguiti a distanza nel primo anno.
NHS (UK) – Virtual Wards
Mayo Clinic (USA)
Mercy Virtual Care Center (USA): considerato il primo esempio al mondo di ospedale “senza medico”, offre cure virtuali avanzate, dove medici e infermieri monitorano i pazienti H24 da una centrale operativa.
• Virtual Wards (Regno Unito - NHS): noto come “ospedale a domicilio”, permette ai pazienti di ricevere cure ospedaliere a casa in modo sicuro, gestiti da remoto.
• Toscana (Italia): il primo ospedale virtuale in Italia che utilizza la telemedicina H24 per fornire assistenza, ispirandosi a modelli internazionali (progetto pilota comune di Viareggio).
• Ospedale San Raffaele (Milano): attivo con una piattaforma di telemedicina per il monitoraggio pre e post-operatorio e video-visite.
• Progetti regionali (Italia): in diverse ASL la telemedicina è usata per il teleconsulto e per permettere a specialisti di intervenire a distanza, supportati da infermieri sul posto.
• Secondo un report di HIMSS (2023), oltre il 40% degli ospedali in Europa e Nord America ha già implementato o sta sperimentando programmi di virtual care.
 

Questi modelli hanno tassi di soddisfazione dei pazienti superiori al 90%.
Italia – Progetti PNRR
La Missione 6 del PNRR italiano ha destinato oltre 15 miliardi di euro alla digitalizzazione e alla medicina territoriale, con focus su telemedicina e Ospedali di Comunità.
Diverse Regioni (Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio) stanno attivando reparti virtuali per pazienti cronici e fragili, con l’obiettivo di ridurre gli accessi al pronto soccorso.
 

Per quanto riguarda l’ospedale di Agnone, è necessario mantenere attivo il punto di primo soccorso attuale (H24) e integrarlo con un servizio di consulenza a distanza (telemedicina). L’attivazione di un Ospedale di Comunità, con l’ausilio dei medici di base e dei medici dipendenti, ove presenti, deve essere integrata con i medici specialisti (cardiologi, internisti, diabetologi, ecc.) che gravitano sui servizi ambulatoriali, i quali vanno ripristinati e integrati.
 

Tutto ciò deve essere supportato da un servizio di telemedicina avanzato H24, con TAC e RX refertate a distanza.
Inoltre, si può attivare un’ambulanza dedicata ai trasferimenti urgenti, per ovviare alle carenze del 118, così come è stato fatto in altre ASL per le aree disagiate.
L’Ospedale di Comunità può svolgere 4 tipologie di intervento, secondo l’ultimo rapporto AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali):
Tipo A) pazienti acuti o sub-acuti, o con patologie riacutizzate, di media-bassa intensità, tipo bronco-pneumopatie croniche riacutizzate, polmoniti (senza significativa insufficienza respiratoria), bronchiti, infezioni delle vie urinarie, scompenso cardiaco cronico riacutizzato, ischemie cerebrali di lieve entità (TIA), ecc.; patologie sovrapponibili a quelle trattate nei reparti di medicina interna. Chiaramente, la presenza della rianimazione negli ospedali maggiori alza il livello di intensità di cura (pazienti critici con patologie più gravi).
Tipo B) pazienti dimessi dai reparti per acuti maggiori e specialistici (UTIC, Stroke Unit, ortopedia, chirurgia, ecc.) che necessitano ancora di assistenza.
Tipo C) pazienti che necessitano di riabilitazione fisioterapica, neurologica, ortopedica, ecc.
Tipo D) pazienti non autosufficienti e che non hanno assistenza domiciliare adeguata, ma che necessitano di cure mediche e assistenza infermieristica continua.
 

I pazienti ammessi devono avere una diagnosi definita, fatta da uno specialista, al momento del ricovero o dopo le dimissioni dal pronto soccorso o da un ospedale per acuti.
Sotto il profilo delle responsabilità, il documento di AGENAS conferma i contenuti di precedenti disposizioni.
L’Ospedale di Comunità è a gestione multidisciplinare, multiprofessionale e interdisciplinare, con responsabilità igienico-sanitaria in capo a un medico, responsabilità clinica sui singoli pazienti in capo a medici dipendenti o convenzionati con il SSN e responsabilità organizzativo-assistenziale in capo a un infermiere, secondo le proprie competenze.
In sintesi, a mio parere, non si tratta di un declassamento, ma di una ridefinizione delle competenze. Se si riesce a creare un modello funzionale adeguato, con un ospedale che fornisca prestazioni di media e bassa intensità, ma di alta qualità, e che garantisca al contempo la stabilizzazione dei pazienti gravi per il loro trasferimento in sicurezza nei nosocomi di competenza, non è cosa da poco.
 

È possibile inoltre, ed è sempre più diffuso, coinvolgere comitati cittadini nella gestione e nel monitoraggio degli ospedali, sebbene in Italia tale partecipazione non implichi la gestione diretta (amministrativa o clinica), che resta in capo alle aziende sanitarie e alle istituzioni pubbliche. La partecipazione avviene attraverso forme di governance partecipata e cittadinanza attiva.
 

• Comitati Misti Consultivi (CMC): sono organi composti da rappresentanti delle associazioni di volontariato e di tutela dei diritti dei pazienti, insieme a rappresentanti dell’ente sanitario. Hanno il compito di monitorare la qualità dei servizi, l’umanizzazione delle cure e formulare proposte di miglioramento.
• Carte dei Servizi: introdotte per favorire la partecipazione, definiscono un patto tra ospedale e cittadini, dove questi ultimi possono influenzare le scelte sui servizi offerti.
• Partecipazione alle politiche sanitarie: i comitati intervengono nella discussione sulle allocazioni delle risorse, definiscono standard di qualità e collaborano alla pianificazione territoriale (cogestione).
• Segnalazioni e reclami: il coinvolgimento attivo passa anche attraverso meccanismi di monitoraggio civico, come le segnalazioni su disservizi, utili per innescare cambiamenti.
• Sanità partecipata: un modello che unisce pazienti, associazioni e istituzioni per rendere il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) più equo, trasparente e sostenibile.
 

I comitati cittadini fungono da organi di controllo civico e consulenza, contribuendo a rendere l’ospedale più vicino alle esigenze della comunità e a garantire il diritto alla salute.
Se non formiamo un comitato per partecipare in maniera attiva alle politiche sanitarie regionali, fra qualche anno della sanità alto molisana rimarranno solo briciole. Il comitato deve essere formato da avvocati, economisti, medici, infermieri e chiunque ne capisca di sanità. Le menti ci sono, bisogna usarle.
 

L’ospedale di area disagiata poteva (o può) funzionare, a mio parere, se la dirigenza ASREM avesse voluto. Il fatto di coprirsi dicendo che non ci sono medici è una mezza verità, perché quando hanno voluto le figure professionali idonee le hanno trovate. Perciò non lasciamoci scippare ancora di quello che ci spetta: questa volta facciamoci trovare pronti.
Il modello pubblico-privato da me proposto e documentato attraverso una bozza di progetto presentata otto mesi fa al Comune di Agnone, che avrebbe dovuto essere sottoposta all’attenzione della dirigenza ASREM, come concordato, è stato messo in stand-by.
 

Sarebbe opportuno renderlo noto alla cittadinanza e lasciare che siano i cittadini a fare le giuste valutazioni, al di là di inutili ideologie. L’importante è rispondere in maniera adeguata alle esigenze sanitarie dell’Alto Molise.
Mi auguro che questa bozza di progetto non rimanga confinata negli archivi comunali. La bozza prevede servizi convenzionati, sia medici che chirurgici, con la riapertura delle sale operatorie. Mi riservo di pubblicarla a breve, per far conoscere ai cittadini le grandi potenzialità di questo nosocomio, finora ignorate.
Voglio precisare che quanto scrivo non è contro l’amministrazione comunale, ma a favore di essa; il mio scopo è unire, non dividere. Pertanto, invito tutte le forze politiche e i cittadini a unirsi alla battaglia per il diritto alla salute del territorio alto molisano. Questa volta con i fatti, non con le parole.
 

Dobbiamo denunciare ogni carenza al Tribunale per i diritti del malato o agli organi competenti: quello che ci propongono dovrà funzionare secondo le linee guida dettate dal Ministero della Salute. Non dobbiamo più accettare compromessi, perché il bilancio attuale, in termini di vite umane e di sofferenza per la popolazione dell’Alto Molise, non è più accettabile.
Per quanto tempo ancora dovremo pagare il fatto di essere nati in montagna invece che in pianura? Il numero di morti evitabili in questi territori è notevole e, da oggi in poi, qualcuno se ne dovrà assumere la responsabilità."

Dott Pasquale Pannunzio

 

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