«Gli indizi raccolti sono tanti. Le verità emerse in questi mesi sono altrettante. A questo punto l’unico elemento che potrebbe ritardare l’iscrizione nel registro degli indagati è la comprensibile prudenza investigativa e processuale degli inquirenti. Ma il quadro, ormai, sembra chiaro». Lo afferma Aldo Di Giacomo, psicologo, esperto di criminologia, giurista e con trent’anni di esperienza nella Polizia Penitenziaria, tornando sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia morte a Pietracatella dopo l’avvelenamento da ricina.
«Fermi restando i punti che abbiamo indicato fin dall’inizio — l’omicidio di prossimità, la presenza della ricina, il possibile ruolo di una figura femminile nell’area del delitto e il restringimento progressivo del cerchio investigativo — oggi siamo davanti a una fase diversa. Non siamo più al tempo delle ipotesi generiche. Siamo al tempo delle verifiche finali».
Secondo Di Giacomo, l’enorme mole di elementi raccolti non può essere letta come una semplice attività esplorativa. «Quando vengono ascoltate decine e decine di persone, quando alcuni soggetti vengono sentiti più volte, quando si analizzano chat, telefoni, rapporti personali, relazioni familiari, possibili omissioni e versioni non del tutto convincenti, significa che gli investigatori stanno lavorando su un perimetro preciso. Non si cerca più nel buio: si sta cercando di dare forma processuale a ciò che sul piano investigativo appare già molto avanzato». Per Di Giacomo, la prossima settimana potrebbe segnare un passaggio fondamentale.
«Noi riteniamo ormai ragionevole attendersi già dalla prossima settimana l’iscrizione nel registro degli indagati di due persone. Non una sola. Due. E continuiamo a ritenere plausibile che almeno una figura femminile possa risultare centrale, direttamente o indirettamente, nella ricostruzione della vicenda». Di Giacomo precisa che l’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a una condanna.
«Va detto con chiarezza: essere iscritti nel registro degli indagati non significa essere colpevoli. La presunzione di innocenza resta un principio fondamentale. Ma, in un’indagine di questa complessità, un’iscrizione formale rappresenterebbe un passaggio enorme, perché significherebbe che la Procura ha individuato un perimetro soggettivo su cui concentrare accertamenti, garanzie difensive e responsabilità da verificare».
Resta centrale, secondo Di Giacomo, il tema dell’omicidio di prossimità. «La ricina non arriva per caso. Non si sceglie un veleno simile senza preparazione, senza freddezza, senza conoscenza del contesto. Chi ha colpito Antonella e Sara conosceva tempi, abitudini, dinamiche familiari e possibilità di accesso. È questo che rende il caso così inquietante: non siamo davanti a un gesto improvviso, ma a un’azione studiata, silenziosa, costruita per colpire senza esporsi».
Poi l’affondo. «Se le persone coinvolte dovessero essere due, bisognerà capire se siamo davanti a un concorso diretto, a una complicità, a una copertura, a omissioni consapevoli o a versioni costruite per allontanare la verità. In un delitto di questo tipo non conta soltanto chi ha materialmente somministrato il veleno. Conta anche chi sapeva, chi ha taciuto, chi ha aiutato o chi ha provato a proteggere qualcuno». I
nfine, Di Giacomo conclude: «Pietracatella non può restare sospesa. Antonella e Sara sono morte in modo atroce e la comunità ha diritto alla verità. Gli indizi ci sono, le contraddizioni anche, le verità emerse sono molte. Ora serve il coraggio del passaggio formale. La prudenza è necessaria, ma non può diventare immobilismo. Il quadro sembra ormai chiaro: dalla prossima settimana ci aspettiamo il primo vero atto verso l’individuazione delle responsabilità»
Dott. Aldo Di Giaco

