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Agnone, Saia ospita la "mamma nel bosco". Di Giacomo frena: «Prima delle ragioni degli adulti vengono i diritti dei minori»

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La presentazione ad Agnone del libro di Catherine Louise Birmingham, “La mia verità – Memorie e pensieri della mamma nel bosco”, prevista per il prossimo 22 agosto, riporta al centro dell’attenzione pubblica la vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”. «Ogni madre e ogni padre hanno il diritto di raccontare la propria storia e di esprimere la propria verità. Ma quando al centro di quella storia ci sono dei bambini, esiste qualcosa che viene prima della verità degli adulti: i diritti dei figli», afferma Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto in fenomeni criminali. Di Giacomo ribadisce la posizione già sostenuta pubblicamente nei mesi scorsi e negli interventi televisivi dedicati alla vicenda: «I figli non sono proprietà dei genitori. Ma non sono neppure proprietà dello Stato.

 Sono persone, soggetti autonomi di diritti che gli adulti e le istituzioni hanno il dovere di garantire». «Su questa vicenda si è creata una contrapposizione che considero profondamente sbagliata: da una parte chi difende senza condizioni le scelte dei genitori, dall’altra chi considera automaticamente corretto qualsiasi intervento delle istituzioni. Io continuo a non stare né da una parte né dall’altra. Sto dalla parte dei bambini». Secondo Di Giacomo, la libertà educativa e la libertà di scegliere uno stile di vita alternativo meritano rispetto, ma non possono trasformarsi in un potere assoluto dei genitori sui figli: «Essere genitori significa certamente avere diritti, ma significa prima di tutto assumersi responsabilità. 

Un adulto può decidere per sé di vivere isolato, lontano dai modelli sociali tradizionali, rinunciando a molte delle opportunità offerte dalla società; ma quando quella scelta coinvolge dei minori entrano in gioco altri diritti: istruzione, salute, socializzazione, relazioni con i coetanei, sviluppo dell’autonomia e possibilità di confrontarsi con il mondo esterno».

 Per Di Giacomo, anche la scuola non può essere considerata esclusivamente come luogo nel quale si acquisiscono nozioni: «La scuola è anche socializzazione. È imparare a stare con gli altri, confrontarsi con i propri coetanei, conoscere adulti diversi dai genitori, affrontare regole comuni e costruire progressivamente la propria autonomia. Ridurre tutto alla capacità di leggere, scrivere o fare calcoli significa non comprendere una parte fondamentale dello sviluppo di un bambino». Il criminologo ribadisce però che la tutela dei minori non deve essere utilizzata per sostenere una separazione permanente dalla famiglia: «Ho sempre sostenuto che l’obiettivo debba essere il ricongiungimento dei bambini con i propri genitori, una volta garantite tutte le condizioni necessarie alla loro crescita. Tutelare i bambini non significa essere contro la famiglia. Significa fare in modo che quella famiglia possa continuare ad esistere rispettando pienamente i diritti dei figli».

 

 «Nessuno mette in discussione il diritto della madre di scrivere un libro, presentarlo e raccontare la propria versione dei fatti. Se l’iniziativa fosse organizzata da una libreria, da un editore o da un’associazione culturale sarebbe una normale manifestazione pubblica. Quando però a promuoverla direttamente è chi rappresenta un’amministrazione comunale, il significato cambia». 

Secondo Di Giacomo, le istituzioni dovrebbero evitare qualsiasi iniziativa che possa essere percepita come uno schieramento in una controversia familiare e giudiziaria ancora aperta:

 «Le istituzioni non devono stare dalla parte della madre, non devono stare dalla parte del padre e non devono neppure trasformarsi in difensori acritici di altre istituzioni. Devono stare dalla parte dei bambini. È questa la loro funzione». Anche il titolo del libro, secondo Di Giacomo, offre uno spunto di riflessione: «“La mia verità” è un titolo perfettamente legittimo. 

Ma dobbiamo ricordare che è, appunto, la verità di un adulto. In questa vicenda esiste la versione della madre, quella del padre, quella dei servizi sociali, quella delle istituzioni e quella raccontata dai media. I diritti dei bambini, invece, non sono una versione dei fatti». «Il rischio più grande è trasformare tre minori in protagonisti involontari di una battaglia ideologica tra adulti: famiglia contro Stato, vita nella natura contro società moderna, libertà educativa contro istituzioni. È una rappresentazione semplicistica di una vicenda molto più complessa». 

«Togliamo i bambini dalla contesa tra adulti. Non servono tifoserie e non servono santificazioni. Servono equilibrio, responsabilità e soprattutto la capacità di ricordare che un figlio non è qualcosa che appartiene a qualcuno». «Per questo — conclude Di Giacomo — continuiamo a sostenere la stessa posizione dall'inizio: nessuna criminalizzazione dei genitori, nessuna assoluzione preventiva delle istituzioni. 

Al centro devono esserci soltanto i bambini e il loro diritto a crescere, socializzare, istruirsi e mantenere, quando possibile e nel loro interesse, il rapporto con la propria famiglia». 

Aldo Di Giacomo Criminologo ed esperto in fenomeni criminali Responsabile del progetto Centro Italiano di Analisi Criminologica

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