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Saia novello Don Abbondio

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Il nostro Daniele Saia, stimato cittadino di Agnone, ha perso nel tempo l'immagine del politico tenace, convincente e affidabile per assumere quella del "politico" abilissimo nel trovare strade, viottoli e vicoli per sottrarsi alle responsabilità della carica che ricopre.

Sono diverse le vicende nelle quali tende a spostare altrove responsabilità che, almeno politicamente, ricadono su chi governa. Prendiamo il referendum Isernia-Abruzzo. Se Saia era contrario, come oggi sostiene, al blocco burocratico, perché da presidente della Provincia non è riuscito per oltre un anno a portare davanti al Consiglio provinciale la volontà espressa da oltre cinquemila cittadini?

Facciamo un passo indietro.

Il Comitato per l'aggregazione della Provincia di Isernia all'Abruzzo nasce nel 2024 e raccoglie 5.236 firme nei 53 comuni della provincia. Le firme vengono depositate il 12 dicembre 2024.
Già allora Saia manifesta una posizione politica chiaramente contraria all'aggregazione: «Il vero problema è lo spopolamento, non i confini territoriali». Teme che Isernia possa diventare ancora più periferica rispetto ai grandi centri abruzzesi e osserva che, con il passaggio di Isernia all'Abruzzo, la provincia di Campobasso rimarrebbe sola e «non avrebbe alcuna ragion d'essere».
Nel gennaio 2025 arriva lo stop. Il Segretario generale della Provincia dichiara la domanda improcedibile per la mancanza della «proposta deliberativa», ritenuta indispensabile per procedere. Il Comitato contesta: il contenuto della proposta era già chiaro e, soprattutto, non poteva spettare ai cittadini redigere una deliberazione propria dell'organo politico provinciale.
È qui che comincia quella "politica" che la gente fatica sempre più a sopportare.
Il 14 gennaio Saia incontra il Comitato e assicura che la Provincia non intende ostacolare il referendum. Parla di un semplice «equivoco burocratico» ormai risolto e annuncia l'avvio dell'istruttoria sulle firme.
Ad aprile torna a promettere: «Porterò, come promesso, la richiesta [...] in Consiglio provinciale», dopo l'approvazione del bilancio.

 
Ma non accade.

Passano i mesi e, non vedendo concretizzarsi quanto annunciato, nell'aprile 2025 il Comitato presenta ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, assistito dal costituzionalista Alfonso Celotto e dall'avvocato Ottavio Antonio Balducci. A maggio il Ministero dell'Interno chiede alla Provincia le proprie controdeduzioni.
A dicembre è trascorso un anno dal deposito delle firme e il Comitato manifesta davanti alla Provincia. Bucci accusa Saia di non aver mantenuto la parola. Anche il consigliere provinciale Manolo Sacco osserva che, senza una proposta, il Consiglio non può neppure votare.

Poi arriva il Consiglio di Stato.

Nell'agosto 2026 viene ritenuto fondato il ricorso contro l'atto che aveva fermato il procedimento. Secondo le ricostruzioni pubblicate, vengono rilevati «carenza di motivazione ed eccesso di potere» e censurata la pretesa che fossero i cittadini promotori a predisporre la bozza di deliberazione. L'ostacolo viene così rimosso e l'iter può riprendere.

Ed ecco Saia dichiarare che il Consiglio di Stato avrebbe confermato «la linea che ho sempre sostenuto». Afferma di essersi opposto fin dall'inizio alla decisione del Segretario generale, di averne chiesto il riesame e di aver acquisito un parere dell'Avvocatura provinciale favorevole alla prosecuzione dell'iter.

Ed è proprio qui che i conti non tornano.

Saia era ed è il presidente della Provincia. A gennaio 2025 assicurava che l'«equivoco burocratico» era risolto; ad aprile prometteva di portare la questione in Consiglio; a dicembre il procedimento era ancora fermo. I cittadini, nel frattempo, erano stati costretti a ricorrere alle vie istituzionali per ottenere ciò che Saia stesso sosteneva dovesse essere fatto.

Il provvedimento che bloccò materialmente l'iter fu del Segretario generale, non di Saia. Questo va detto con chiarezza. Ma la responsabilità politica di spiegare perché, nonostante le sue dichiarazioni, le sue promesse e la carica di presidente, per mesi non sia accaduto nulla resta tutta sul tavolo.
Non basta dire, dopo che il Consiglio di Stato ha rimosso l'ostacolo: io l'avevo sempre detto.
Chi governa non viene giudicato per ciò che dice di aver voluto fare, ma per ciò che riesce a fare.
Ora il Comitato promotore attende la decisione del Consiglio provinciale, presieduto proprio da Saia. 
 
Ed è qui che torna il dubbio.
Il nostro presidente sembra un Don Abbondio della politica molisana: vorrebbe procedere, ma senza scontentare nessuno; riconoscere le prerogative dei cittadini, ma senza urtare gli equilibri regionali. Insomma, non sa che pesci pigliare.

Si dice che Saia guardi a un futuro da consigliere regionale. Sarà vero? E, se lo fosse, quanto pesa questa prospettiva nelle sue esitazioni? Conta di più non inimicarsi la politica regionale o rispettare fino in fondo le prerogative di 5.236 cittadini che da quasi due anni attendono semplicemente che la loro richiesta venga sottoposta al voto?
Saia può essere contrario al passaggio all'Abruzzo. È un suo diritto. Può votare contro e spiegare perché. Quello che non può fare è lasciare il referendum nel limbo.
I cittadini non chiedono a Saia di essere d'accordo con loro. Gli chiedono di decidere. E, soprattutto, di smetterla di portarli per il naso.
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