Il bilancio dei 1.413 giorni del governo Meloni di Enzo Delli Quadri
Io lo sintetizzerei così, senza fare sconti né al governo né all’opposizione.
Il governo Meloni è stato manchevole nelle riforme; solido nella gestione. Il risultato migliore è probabilmente la stabilità. Meloni ha tenuto insieme una maggioranza non priva di contraddizioni e ha dato all’Italia una continuità politica che negli ultimi decenni è stata rara. Positivo anche il progressivo abbandono di certe tentazioni economiche della destra d’opposizione: sui conti pubblici il governo ha mantenuto una linea relativamente prudente, pur con un debito che rimane enorme e margini di manovra strettissimi.
La politica estera è forse il punto politicamente più netto: collocazione europea e atlantica, sostegno all’Ucraina, rapporto stretto con gli Stati Uniti. Meloni, arrivata al governo accompagnata da molti sospetti internazionali, ha scelto una linea sostanzialmente affidabile. Le oscillazioni di Salvini e una certa prudenza nei confronti di Trump ne hanno però appannato la chiarezza.
Sul lavoro, i numeri dell’occupazione sono positivi e sarebbe intellettualmente scorretto negarli. Ma sarebbe altrettanto scorretto fermarsi al numero degli occupati: salari reali deboli, produttività stagnante, difficoltà dei giovani e divario territoriale restano problemi strutturali. Più occupazione è un successo; più occupazione senza sufficiente crescita dei salari non basta.
Sull’immigrazione, il giudizio è misto. Il governo ha contribuito a riportare al centro dell’Europa il problema del controllo delle frontiere e degli accordi con i Paesi di origine. Ma molte promesse elettorali — dal blocco navale alla capacità di fermare rapidamente gli sbarchi — si sono scontrate con la realtà. Il progetto Albania è diventato anche il simbolo della distanza che può esserci tra un annuncio politico e la sua concreta realizzabilità.
Più debole il capitolo delle riforme. Premierato, autonomia e altre grandi trasformazioni sono state annunciate con molta enfasi ma hanno prodotto finora risultati assai inferiori alle aspettative. Qui emerge uno dei limiti del governo: forte capacità di durata, minore capacità di trasformazione.
Analogo discorso sulla giustizia. La separazione delle carriere pone una questione seria e non meritava di essere liquidata come un attacco alla magistratura; tuttavia trasformarla in una battaglia identitaria tra governo e magistrati ha impoverito una riforma che avrebbe potuto migliorare garanzie, efficienza e tempi dei processi.
Il punto più criticabile resta la sanità. Non basta rivendicare stanziamenti nominalmente più elevati se il cittadino continua ad aspettare mesi per una visita o viene costretto a rivolgersi al privato. Liste d’attesa, medicina territoriale e carenza di personale sono il banco di prova sul quale i risultati contano molto più delle cifre stanziate.
Su sicurezza ed energia, infine, vedo luci e ombre. È positivo che alcuni reati siano diminuiti e che sia tornato seriamente nel dibattito il nucleare. Meno convincente è la tendenza a rispondere a ogni emergenza con un nuovo reato o una nuova norma: la sicurezza si produce soprattutto facendo funzionare quelle esistenti. Sull’energia, inoltre, il ritorno al nucleare può essere una scelta strategica, ma senza tempi, investimenti e infrastrutture rischia di restare uno slogan.
Il giudizio
Dopo 1.413 giorni, Meloni ha smentito chi prevedeva un governo estremista, isolato in Europa e destinato a durare pochi mesi. Stabilità, politica estera, occupazione e una certa disciplina dei conti sono risultati da riconoscere.
Ma ha smentito anche una parte delle proprie promesse: riforme incompiute, sanità ancora inefficiente, salari insufficienti, immigrazione lontana dalle soluzioni annunciate e troppa legislazione simbolica sulla sicurezza.
In definitiva, un governo migliore di come lo dipingono i suoi avversari, ma meno rivoluzionario di come lo raccontano i suoi sostenitori. Ha governato e ha retto. Ora la domanda più difficile è un’altra: La sinistra che oggi si candida a succederle sarebbe davvero in grado di governare meglio?
Al momento il dubbio è legittimo: PD, M5S e AVS cercano un programma comune, ma continuano a dividersi proprio su questioni decisive, a cominciare dall’Ucraina e dalla politica estera.
Questo governo ha avuto meriti e limiti, successi e promesse mancate. Ma un giudizio serio non può fermarsi a Meloni. Deve guardare anche all’alternativa.
Criticare chi governa è necessario. Dimostrare di saper governare meglio è molto più difficile. E la sinistra, quella prova, deve ancora darla. Aspettiamo.
