Le domande tornano, le risposte vengono ignorate. Questa è la mia ultima replica: poi parlino i numeri e decidano i cittadini.
Il presidente Vincenzo Di Giacomo si muove ormai come davanti a un muro di gomma: respinge le risposte già date, le considera insufficienti e, con la tenacia del magistrato, torna a formulare le stesse domande come se quelle risposte non fossero mai esistite.
Non direi che sia cavilloso. È semplicemente, e terribilmente, ripetitivo. E un confronto pubblico non può trasformarsi in un processo senza fine nel quale una parte interroga e l'altra è condannata a rispondere finché la risposta non coincide con quella attesa.
Per questo affido alla stampa questa mia ultima e complessiva analisi. Non perché ritenga chiuso il dibattito — che appartiene ai cittadini — ma perché considero esaurito il mio personale botta e risposta con Di Giacomo.
Ho risposto una volta, due, tre. Ho portato numeri, confronti, argomenti. Ora ciascuno li valuti e li contesti nel merito. Sapendo bene che attorno all'autonomia regionale, in oltre sessant'anni, si sono consolidati ruoli, funzioni, posti di lavoro e interessi che hanno tutto il diritto di difendersi, ma non quello di presentarsi automaticamente come l'interesse generale della provincia di Isernia.
Chi vorrà continuare a fare il muro di gomma, lo farà. Chi preferirà fare lo gnorri in casseruola, faccia pure.
Io mi fermo qui.
Non perché siano finite le domande, ma perché sono finite le risposte da ripetere.
Da questo momento parlino i fatti, parlino i numeri e, soprattutto, parlino i cittadini.
Isernia ha diritto di scegliere il proprio futuro
Vincenzo Di Giacomo torna sul dibattito relativo al referendum per l'aggregazione della provincia di Isernia all'Abruzzo e ci rimprovera di non avere risposto alle sue «cinque domande cruciali». Prima delle cinque domande ne pongo una, forse ancora più importante: chi deve dimostrare che il futuro sarà migliore?
Chi propone ai cittadini di valutare un cambiamento oppure chi chiede loro di conservare un sistema regionale che, mentre discutiamo, continua a perdere popolazione e peso economico? Nessuno può seriamente garantire che l'aggregazione all'Abruzzo trasformerebbe automaticamente Isernia in un territorio prospero. Ma neppure chi difende l'attuale assetto può limitarsi a chiedere agli altri la prova matematica di ciò che accadrà fra vent'anni, senza spiegare quale prospettiva concreta offra il Molise alla provincia di Isernia nei prossimi venti. Ed è proprio questo il punto che continua a sfuggire dal dibattito.
Non discutiamo del Molise del 1963, ma di quello del 2026
Di Giacomo torna sulla nascita della Regione Molise e sulla questione dell'articolo 132 della Costituzione. È una discussione storica e giuridica interessante, ma non è il cuore della questione attuale. Il Molise esiste legittimamente come Regione. La legge costituzionale n. 3 del 1963 ne sancì l'autonomia modificando l'articolo 131 della Costituzione. Questo è un fatto. Ma oggi nessuno sta celebrando un processo alla nascita del Molise. Stiamo discutendo di tutt'altro: se nel 2026 la provincia di Isernia abbia interesse a rimanere nel Molise oppure possa valutare l'aggregazione all'Abruzzo.
E proprio la Costituzione contempla questa possibilità. Il secondo comma dell'articolo 132 stabilisce che Province e Comuni possano essere staccati da una Regione e aggregati a un'altra attraverso il referendum e il successivo procedimento legislativo. Dunque non stiamo discutendo di un capriccio né di un attentato all'autonomia molisana. Stiamo discutendo dell'esercizio di una possibilità prevista dalla Costituzione.
Cinquant'anni dopo, guardiamo i risultati
Di Giacomo mi chiede che cosa abbia prodotto la Regione in oltre mezzo secolo di autonomia per la provincia di Isernia e per le sue aree interne. È precisamente la domanda che pongo anch'io. Non nego che il Molise abbia conosciuto periodi di crescita, trasformazioni economiche, infrastrutture, miglioramento delle condizioni di vita e sviluppo dei servizi. Ma il referendum non riguarda il bilancio sentimentale degli ultimi sessant'anni. Riguarda i prossimi venti o trenta.
Ed è qui che arrivano i numeri.
Alla fine del 2024 il Molise aveva 287.814 abitanti, 1.410 in meno rispetto all'anno precedente. Il 72,6% della popolazione regionale vive nella provincia di Campobasso. L'età media ha raggiunto 48,4 anni e Isernia, con 48,7, è la provincia più anziana della Regione. Sono dati ufficiali Istat.
Questa non è un'opinione del Comitato. È demografia.
Il Molise è in regressione. E non si ferma l'acqua con le mani.
Abruzzo: nessun paradiso, ma un sistema più grande
Di Giacomo pone una domanda legittima: chi garantisce che, una volta entrata in Abruzzo, la provincia di Isernia beneficerebbe della maggiore crescita abruzzese? Risposta: nessuno può garantirlo. Ma nessuno può garantire neppure che restando nel Molise Isernia arresti lo spopolamento. La politica non dispone della macchina del tempo. Può soltanto confrontare condizioni, dimensioni, tendenze e opportunità.
Nel 2024 il PIL abruzzese è cresciuto dello 0,7%; quello molisano è diminuito dell'1,1%.
E c'è un elemento strutturale ancora più importante.
L'Abruzzo dispone di una popolazione superiore a 1,2 milioni di abitanti; il Molise è sceso sotto i 290 mila.
Questo significa un mercato interno più grande, una maggiore massa economica, un numero superiore di imprese e utenti e una base demografica sulla quale distribuire i costi delle strutture pubbliche.
Non significa che ogni paese abruzzese prosperi. Significa che il sistema nel quale quei paesi sono inseriti dispone di una scala quattro volte superiore a quella molisana.
E la dimensione, piaccia o meno, conta.
Il paradosso della Sanità
Di Giacomo richiama giustamente il Caracciolo di Agnone, l'Ospedale di Comunità, il punto nascita di Isernia e manifesta il timore che alcuni servizi possano essere ridimensionati. È una preoccupazione che merita rispetto. Ma proprio per questo bisogna distinguere due domande. La prima è: quali presidi devono essere difesi? La seconda è: quale sistema sanitario riesce complessivamente a soddisfare meglio la domanda dei propri cittadini?
Nel 2023 il 32,6% dei ricoveri dei residenti molisani è avvenuto fuori regione
In Abruzzo il dato era 16,3%.
Esattamente la metà.
Questo dato non dimostra che la sanità abruzzese sia perfetta e neppure che ogni presidio isernino sarebbe automaticamente salvo dopo un'aggregazione. Dimostra però una cosa molto precisa: oggi il sistema molisano trattiene una quota molto minore della domanda ospedaliera dei propri residenti. È un dato che non può essere cancellato contando soltanto medici, reparti e posti letto.
Il vero nodo: Campobasso e Isernia non partono dalla stessa posizione
C'è poi un punto sul quale continuo a ritenere insufficiente la risposta di Di Giacomo.
Il 72,6% dei molisani vive nella provincia di Campobasso.
Ma soprattutto a Campobasso hanno sede Presidenza, Giunta, Consiglio, assessorati, direzioni e buona parte dell'apparato regionale.
Intorno a una Regione esiste inevitabilmente un'economia: dipendenti, professionisti, consulenze, servizi, fornitori, relazioni istituzionali.
Per Campobasso l'autonomia regionale rappresenta quindi anche un patrimonio economico e occupazionale.
Isernia non dispone dello stesso scudo.
Per questo trovo sbagliato parlare genericamente dell'«interesse del Molise» come se coincidesse necessariamente con quello di ciascuna delle sue due province.
Può coincidere. Ma deve essere dimostrato. Non presunto.
Le cinque domande sono legittime. Ma ce n'è una sesta.
Di Giacomo ha dunque ragione su un punto: chi propone l'aggregazione deve spiegare quali vantaggi ritiene possibili, quali servizi intende difendere, quali garanzie chiedere e quali rischi evitare.
Il referendum non può fondarsi su uno slogan.
Ma neppure la conservazione dell'attuale assetto può fondarsi sulla nostalgia.
Perciò alle cinque domande di Vincenzo Di Giacomo ne aggiungo una sesta:
quale Molise immaginiamo nel 2040 o nel 2050 e quale posto avrà, dentro quel Molise, la provincia di Isernia?
Non quello del 1963. Non quello degli anni della Cassa per il Mezzogiorno. Non quello che ricordiamo. Quello che verrà.
Perché oggi sappiamo che la Regione è scesa a 287.814 abitanti e continua a perderne; sappiamo che nel 2024 il suo PIL è diminuito dell'1,1%, mentre quello abruzzese è cresciuto dello 0,7%; sappiamo che la mobilità ospedaliera in uscita è circa doppia rispetto all'Abruzzo.
A questi dati bisogna contrapporre una prospettiva.
Non soltanto il timore di ciò che potremmo perdere cambiando.
Isernia non chiede certezze. Chiede di poter scegliere.
Ed eccoci al punto fondamentale.
Il Comitato non deve dimostrare che entrando in Abruzzo ogni problema scomparirà.
Sarebbe una promessa irresponsabile.
Deve mettere sul tavolo dati, opportunità, rischi e condizioni affinché i cittadini possano confrontare due alternative.
Allo stesso modo, chi sostiene la permanenza nel Molise dovrebbe spiegare non soltanto che cosa Isernia potrebbe perdere andando via, ma soprattutto che cosa potrà guadagnare restando nei prossimi venti o trent'anni.
È questa, a mio avviso, la vera risposta che ancora manca.
Perché difendere ciò che esiste è comprensibile.
Ma l'immobilità non è una politica di sviluppo.
E quando un territorio perde abitanti, giovani e massa economica da decenni, continuare esattamente sulla stessa strada non è una scelta neutrale: è anch'essa una scelta, con conseguenze precise.
Nessuno possiede la certezza del futuro.
Proprio per questo esiste la democrazia.
Si presentino ai cittadini i vantaggi e i rischi dell'Abruzzo. Si presentino i vantaggi e i rischi della permanenza nel Molise. Si mettano nero su bianco le garanzie su sanità, Tribunale, servizi, rappresentanza e aree interne.
Poi si lasci decidere chi in quella provincia vive.
Perché Isernia non chiede che qualcuno scelga il suo futuro al suo posto. Chiede il diritto di poterlo scegliere.

