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Destra e sinistra oltre le etichette: prima di decidere con chi governare, bisogna sapere per fare cosa

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DESTRA E SINISTRA: PAROLE CHE NON SPIEGANO PIÙ NULLA
Ho letto una riflessione di Massimo Cacciari che condivido quasi integralmente. E mi ha confermato un'impressione che coltivo da tempo: continuiamo a chiamare destra e sinistra due mondi che, almeno nelle vecchie accezioni, non esistono più. Le parole sono rimaste. Le culture politiche che davano loro un significato molto meno. Una volta scegliere era relativamente semplice. Sul ruolo dello Stato nell'economia, sulla fiscalità, sull'impresa, sul welfare, sui rapporti internazionali esistevano visioni differenti e spesso contrapposte. Si potevano condividere o combattere, ma erano riconoscibili. Oggi molto meno. La globalizzazione, la rivoluzione tecnologica, l'Unione europea, i mercati finanziari, il debito pubblico, le grandi multinazionali e la competizione tra Stati Uniti e Cina hanno ristretto enormemente lo spazio entro il quale un governo nazionale può muoversi. E allora accade qualcosa di curioso. La sinistra non può più proporre seriamente lo Stato imprenditore e programmatore dell'economia come mezzo secolo fa. La destra, quando governa, scopre che non può affidarsi semplicemente al mercato, abbassare le tasse a piacimento o ignorare il welfare. Così la destra diventa sociale e la sinistra diventa moderata. La sinistra difende Bruxelles e la destra, dopo averla combattuta in campagna elettorale, governa facendo i conti con Bruxelles. Le differenze naturalmente rimangono. Immigrazione, diritti civili, sicurezza, famiglia, ambiente. Ma troppo spesso diventano bandiere identitarie, utilizzate per mobilitare gli elettori, mentre sui grandi problemi strutturali le distanze sono assai meno nette di quanto facciano credere i comizi. Il paradosso è proprio questo: mai come oggi destra e sinistra si insultano; raramente come oggi è stato così difficile capire quale progetto complessivo realmente le separi. E la politica estera rende la confusione ancora più evidente. Sull'Ucraina troviamo pezzi di sinistra e di destra che sostengono Kiev e altri pezzi di sinistra e di destra che chiedono di fatto un'intesa con Putin. Il sovranismo attraversa schieramenti differenti. L'antiamericanismo, un tempo patrimonio soprattutto di una parte della sinistra, convive oggi tranquillamente con quello di una parte della destra. Salvini e Conte possono essere lontanissimi su cento questioni e ritrovarsi molto più vicini quando si parla di armi all'Ucraina. Un liberale può sentirsi, su determinate questioni, più vicino a un socialdemocratico europeo che a un sovranista collocato formalmente nel suo stesso campo politico.
E allora che significano ancora "destra" e "sinistra"? Forse il problema delle coalizioni italiane nasce proprio qui. Continuiamo a cercare di mettere insieme partiti sulla base della loro collocazione, invece che sulla base della loro visione.
 

A me interesserebbe molto di più sapere che cosa pensa una forza politica su poche questioni decisive: quale ruolo attribuisce allo Stato e al mercato, come intende tenere insieme crescita e giustizia sociale, come affronta debito pubblico ed evasione fiscale, quale Europa vuole e quale posto assegna all'Italia nel nuovo disordine mondiale. È su queste scelte che dovrebbero nascere maggioranze e opposizioni, non sulle vecchie etichette di destra e sinistra o sulla semplice convenienza elettorale. Per questo mi riconosco sempre meno in uno schieramento e sempre più in una cultura liberale, democratica e riformista. Posso sentirmi vicino a chi proviene dalla destra, dal centro o dalla sinistra, se condivide alcune scelte fondamentali, e lontanissimo da chi, pur collocato formalmente nel mio stesso campo, propone il contrario. Forse il vero problema delle coalizioni è tutto qui: non trovare qualcuno capace di mettere insieme cinque partiti, ma trovare cinque partiti che abbiano idee compatibili sul futuro dell'Italia. Prima di chiederci con chi governare, dovremmo tornare a chiederci: per fare che cosa?
 

 


 

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