Leggo che il Papa avrebbe «offerto al mondo la sua fragilità», commuovendo persino i non credenti. Parole certamente ispirate da sincero affetto. Eppure questa crescente umanizzazione del Pontefice non mi convince. Il Papa è certamente un uomo, con le sue debolezze e sofferenze. Ma non è un uomo qualunque. Non per superiorità personale, bensì per la natura della sua missione: successore di Pietro, custode di una tradizione bimillenaria, simbolo di una realtà spirituale che trascende la sua persona. Oggi, invece, tutto diventa racconto pubblico: la malattia si trasforma in testimonianza, la sofferenza in messaggio, la fragilità in spettacolo emotivo. Si confondono con troppa disinvoltura sacro e profano. Ma siamo sicuri che questo giovi alla Chiesa? La sua forza, nei secoli, è stata anche nella solennità dei riti, nella dignità dei simboli, nel rispetto del mistero. Non tutto deve essere raccontato, spiegato, condiviso. Esiste anche una sacralità del silenzio. Naturalmente i fedeli hanno diritto a conoscere le condizioni di salute del Pontefice. Ma tra una sobria informazione e la narrazione sentimentale della sua sofferenza corre una distanza enorme. Non chiedo di nascondere l'uomo dietro i paramenti. Chiedo di non dissolvere il Pontefice nell'uomo. Una Chiesa che cerca continuamente di apparire più umana, vicina e accessibile rischia paradossalmente di perdere proprio quella dimensione spirituale che la distingue da ogni altra istituzione. Non occorre trasformare il Papa in un vicino di casa per amarlo, né conoscere ogni dettaglio delle sue sofferenze per pregare per lui. Il sacro ha bisogno anche di distanza, discrezione e riserbo. In un mondo dove tutti raccontano tutto, forse proprio la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di andare controcorrente. Custodendo, anziché esibendo. Pregando, anziché commentando. Perché il Papa può certamente offrire al mondo la propria fragilità. Ma non è detto che il mondo abbia il diritto di farsene spettatore.

