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La solitudine dei numeri uno: Castrataro e Saia, una battaglia che avrebbe potuto essere comune

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La vicenda che vede protagonista il sindaco di Isernia, Piero Castrataro, impegnato nella difesa dell’ospedale Veneziale, mette in evidenza la solitudine di chi, pur ricoprendo un ruolo istituzionale di primo piano, si fa carico di battaglie di civiltà senza un adeguato sostegno politico e amministrativo. Da oltre otto giorni il primo cittadino dorme in una tenda, affrontando condizioni climatiche sempre più difficili, con venti di burrasca e freddo intenso annunciati.

Da quattro giorni Castrataro ha formalmente chiesto un incontro ai vertici dell’ASReM e ai commissari straordinari della sanità molisana per aprire un confronto serio e costruttivo sulle criticità che affliggono la struttura ospedaliera pentra. A questa richiesta, però, non è giunta alcuna risposta. Un silenzio che pesa e che appare come una precisa scelta politica: non dialogare, attendere che la protesta si logori, sperare che l’attenzione mediatica scemi.

La battaglia del sindaco di Isernia, tuttavia, non è un caso isolato. In Alto Molise l’ospedale “San Francesco Caracciolo” di Agnone è destinato a una riconversione in ospedale di comunità, con la conseguente perdita di funzioni essenziali per un territorio già fragile e penalizzato. Anche qui la protesta istituzionale non è mancata: il sindaco Daniele Saia, in tempi non sospetti, ha annunciato la disponibilità a intraprendere uno sciopero della fame pur di difendere il diritto alla salute della propria comunità.

Eppure queste battaglie procedono in ordine sparso. Castrataro è solo nella sua tenda, Saia è solo nella sua minaccia estrema di protesta, mentre la sanità molisana continua a essere governata da scelte calate dall’alto e da un commissariamento che sembra impermeabile al confronto con i territori. La solidarietà dei cittadini e di una parte del mondo politico c’è, l'attenzione mediatica non è mancata, ma non si è ancora trasformata in una mobilitazione istituzionale unitaria.

Forse le tende avrebbero dovuto essere molte di più. A Isernia, ad Agnone, a Campobasso e in tutti quei luoghi in cui la sanità pubblica arretra e i servizi vengono ridimensionati. Una rete di sindaci, amministratori e comunità locali uniti nella difesa di un bene collettivo avrebbe avuto un peso politico ben diverso, rompendo l’isolamento e rendendo impossibile l’indifferenza dei vertici sanitari.

La solitudine dei numeri uno è il segno più evidente di una sanità regionale senza una visione condivisa. Difendere il diritto alla salute non può essere un gesto eroico individuale: deve diventare una battaglia collettiva, organizzata e corale, capace di partire dal basso per imporsi nell’agenda politica regionale.

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