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27 gennaio, Giorno della Memoria: il dovere di non dimenticare

Un dovere civile per conoscere il passato e agire nel presente.

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Oggi si celebra il Giorno della Memoria, dedicato al ricordo della Shoah e di tutte le vittime delle persecuzioni e dello sterminio nazista. La ricorrenza richiama la liberazione, avvenuta il 27 gennaio 1945, del campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau da parte dell’Armata Rossa, che rivelò al mondo la realtà del sistema concentrazionario e genocidario messo in atto dalla Germania nazista.

A livello internazionale, questa data è stata indicata come giornata ufficiale di commemorazione dall’Organizzazione delle Nazioni Unite con la risoluzione 60/7 del 1º novembre 2005, che invita gli Stati membri a promuovere la memoria dell’Olocausto, l’educazione storica e il contrasto al negazionismo. La persecuzione degli ebrei da parte del regime nazista iniziò nel 1933, con l’ascesa al potere di Adolf Hitler in Germania. Fin dai primi anni furono introdotte misure discriminatorie, accompagnate da propaganda antisemita, violenze e progressive esclusioni dalla vita civile, sancite giuridicamente dalle leggi di Norimberga del 1935.

Campo di concentramento di Dachau (Germania). Foto di repertorio

Lo sterminio sistematico, che definisce la Shoah come genocidio, prese forma a partire dal 1941, nel contesto della Seconda guerra mondiale, con le fucilazioni di massa nell’Europa orientale e con l’organizzazione dei campi di sterminio. Il genocidio proseguì fino al 1945, con la sconfitta della Germania nazista. Le vittime ebraiche della Shoah furono circa sei milioni. Accanto al popolo ebraico, il regime nazista e i suoi alleati perseguitarono e uccisero milioni di altre persone appartenenti a gruppi considerati “indesiderabili” o nemici politici: rom e sinti, persone con disabilità (vittime del programma di “eutanasia” forzata), oppositori politici, prigionieri di guerra, omosessuali, testimoni di Geova e civili di diverse nazionalità. Nel complesso, le vittime del nazismo superarono i dieci milioni di persone, includendo ebrei e altre minoranze perseguitate.

Targa in memoria degli ebrei romani (Stazione Tiburtina). Foto di repertorio



In Italia, la persecuzione antiebraica assunse una forma istituzionale con l’emanazione delle leggi razziali del 1938, che privarono gli ebrei italiani dei diritti civili, dell’accesso alla scuola e a numerose professioni. Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca del Centro-Nord e la nascita della Repubblica Sociale Italiana, gli ebrei presenti sul territorio furono progressivamente catturati e deportati verso i campi di concentramento e sterminio nazisti. Dall’Italia furono deportati circa 8.500–8.600 ebrei, in gran parte diretti ad Auschwitz-Birkenau. La maggioranza di loro fu uccisa nei campi; solo alcune centinaia sopravvissero e fecero ritorno dopo la guerra. Allo stesso tempo, una parte significativa della popolazione ebraica presente in Italia riuscì a salvarsi grazie alla fuga, alla clandestinità, all’aiuto di singoli cittadini, reti di solidarietà e istituzioni religiose.

Il Giorno della Memoria non è soltanto una ricorrenza commemorativa, ma un momento di riflessione civile. Ricordare significa riconoscere le responsabilità storiche, comprendere come l’odio razziale, l’antisemitismo e la disumanizzazione possano trasformarsi in violenza organizzata e riaffermare il valore dei diritti umani e della dignità della persona. Con il progressivo venir meno dei testimoni diretti, la memoria diventa un compito collettivo. Il 27 gennaio richiama il dovere di ricordare le vittime e di trasmettere alle nuove generazioni la conoscenza di quanto accaduto, affinché tragedie di questa portata non vengano dimenticate né si ripetano.

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