Un po' Che Guevara, un po' Gandhi, un po' Vannacci e un po' Cetto La Qualunque. Da Salvini al PD, dal Superbonus ai nuovi 20 punti: molte promesse, molte identità politiche e tante spese senza copertura.
Non è alleato del PD e il suo progetto sta nel mandare a casa la Meloni. E non per governare?
Fantastico.
Conte è stato presidente del Consiglio del governo gialloverde, quello costruito sull'alleanza fra Cinque Stelle e Lega. Con Salvini varò provvedimenti cari a Vannacci.
Poco più di un anno dopo rimase presidente del Consiglio, ma di un governo giallorosso, e varò provvedimenti a favore di poveri — reddito di cittadinanza — e ricchi — superbonus — promettendo benefici e a gratis, senza spiegare chi avrebbe pagato il conto.
Alla fine si è visto. Lo abbiamo pagato noi.
Il problema di Giuseppe Conte non è aver cambiato idea. Le persone intelligenti possono cambiare idea e talvolta devono farlo. Ma, per come sta facendo Conte, sa di squallore: non cambia soltanto alleati. Cambia universo politico.
Oggi vorrebbe guidare il campo progressista, che comprende il PD, AVS, +Europa, Italia Viva, ma ponendo condizioni su politica estera, Ucraina, difesa e rapporti con l'Europa, presentandosi come il custode di principi invalicabili, inseriti in 20 punti per la maggior parte non negoziabili.
Dentro c'è quasi tutto: più risorse e personale per la sanità pubblica, salario minimo, riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, pensioni più adeguate e flessibili, sostegno ai caregiver, riduzione delle tasse sul lavoro, aiuti alle imprese, piano casa, asili nido, investimenti nella scuola, più forze dell'ordine, transizione energetica e tutela ambientale.
Poi i diritti: ius scholae, matrimonio egualitario, adozioni omogenitoriali, fine vita, depenalizzazione della coltivazione domestica della cannabis per uso personale e voto dai sedici anni.
E infine la politica internazionale: stop a ulteriori invii di armi all'Ucraina, no al Rearm Europe e no all'obiettivo NATO del 5 per cento del PIL.
Ora il punto è questo
Il documento mescola destra, centro e sinistra e, cosa peggiore, non presenta il conto delle misure né un quadro generale delle relative coperture.
Con Salvini andava bene. Con il PD andava bene. Con Trump i rapporti erano ottimi. Con Putin, pure. Oggi lo stop alle armi all'Ucraina diventa uno dei punti qualificanti. Il Superbonus continua a essere rivendicato.
E adesso arrivano venti punti che promettono più sanità, più pensioni, più welfare, meno tasse, più sicurezza, più investimenti, più diritti e meno spesa militare, senza che per ora venga presentato il conto complessivo dell'operazione. Sarà a gratis anche questa.
Un leader può essere pragmatico oppure ideologico. Può essere moderato oppure radicale. Può cambiare opinione e può persino riconoscere di aver sbagliato.
Più difficile è essere, di volta in volta, tutto e il contrario di tutto, pretendendo poi che siano gli altri ad adeguarsi.
Per questo la domanda non è se Giuseppe Conte possa vincere le primarie del campo largo.
La domanda è molto più semplice: quale Giuseppe Conte si candiderebbe a governare l'Italia?
Quello del governo con Salvini? Quello della non alleanza con il PD? Quello dei buoni rapporti con Trump o Putin? Quello del Superbonus? Quello dello stop alle armi all'Ucraina? O quello dei venti punti?
A leggere l'ultima piattaforma, una definizione provocatoria viene quasi spontanea: un po' Che Guevara, un po' Gandhi, un po' Vannacci e un po' Cetto La Qualunque.
Il difficile non è metterli insieme in un programma.
Il difficile è tenerli nella stessa cabina di governo.

