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Vauro, Diego Bianchi (Zoro) e le verità nascoste

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Diego Bianchi, Zoro, ha detto a Otto e mezzo una cosa molto semplice: «Quella dell’Ucraina è una storia di Resistenza». E ha ricordato un fatto storico altrettanto semplice. I partigiani italiani ricevevano armi dagli americani e dagli inglesi. Quelle armi non servivano per organizzare convegni sulla pace: servivano per sparare contro fascisti e nazisti. La pace venne dopo. Bianchi non ha sostenuto che l’Ucraina di oggi sia identica all’Italia del 1944. Ha detto qualcosa di più elementare: chi resiste a un’aggressione può aver bisogno delle armi degli altri per difendersi. E ha concluso con una provocazione: non sappiamo ancora chi vincerà la guerra in Ucraina, ma «in Italia ha già vinto Putin». È una sua valutazione politica, naturalmente, non un fatto dimostrabile. Ma il ragionamento che la precede è chiarissimo.

Vauro gli ha risposto con un video. E lo ha fatto alla sua maniera: sarcasmo, paradosso, battute pesanti. Si presenta ironicamente come «filo-Putin», «pacifinto», addirittura come uno «pagato dal Cremlino». Poi cominciano le sue «domandine». Chiede a Bianchi se i partigiani ricevessero miliardi in finanziamenti e armamenti; se quei miliardi venissero rubati dai dirigenti o finissero in ville all’estero, fondi offshore o perfino nelle famose «tazze del cesso d’oro». Passa quindi al reclutamento, sostenendo che i partigiani sceglievano di andare in montagna mentre oggi uomini ucraini verrebbero trascinati al fronte contro la propria volontà. Infine tira in ballo reparti ucraini legati a simboli o personaggi del nazionalismo radicale. E chiude sarcasticamente: l’importante sarebbe essere «sempre arruolati».

Vauro sa fare il suo mestiere. Le battute arrivano a destinazione. Ma le battute non rispondono alla domanda. Perché corruzione, ruberie, reclutamento forzato, estremismo nazionalista sono problemi che possono essere denunciati, indagati e condannati. E alcuni riguardano effettivamente l’Ucraina. Ma sono aspetti collaterali rispetto alla questione fondamentale posta da Bianchi. Chi ha invaso chi? È questa la domanda che nella replica di Vauro scompare.

La corruzione ucraina non ha fatto attraversare il confine ai carri armati russi. Un oligarca corrotto non trasforma un’invasione in un’operazione legittima. Un disertore ucraino non attribuisce alla Russia il diritto di occupare territorio ucraino. E neppure l’esistenza di reparti ucraini dalla storia ideologica controversa modifica la natura dell’evento dal quale tutto è cominciato: il 24 febbraio 2022 la Russia ha lanciato l’invasione su vasta scala dell’Ucraina.

Qui sta, a mio avviso, il punto debole della risposta di Vauro: Bianchi parla dell’aggressione; Vauro risponde parlando dei difetti dell’aggredito.

Sono due piani diversi.

È come se, discutendo della Resistenza italiana, qualcuno rispondesse ricordando gli episodi oscuri della lotta partigiana, le vendette, le violenze, le rivalità politiche, il mercato nero. Tutto vero o comunque degno di essere studiato. Ma i tedeschi occupavano l’Italia oppure no? E i partigiani avevano il diritto di combatterli oppure no?

Questo era il punto. E questo rimane il punto in Ucraina.

Bianchi ha ricordato una cosa molto più semplice: la libertà qualche volta viene difesa anche con le armi, e quelle armi possono essere fornite da altri. I partigiani italiani lo sapevano benissimo.
E qui nasce la domanda che Vauro, tra una battuta e l’altra, lascia sul tavolo. Che cosa avrebbe dovuto fare l’Ucraina il 24 febbraio 2022? Non combattere? Non chiedere armi? Organizzare la diserzione? Lasciare avanzare l’esercito russo sperando che, una volta deposti i fucili, arrivasse la pace? Perché c’è una parola che rischia di diventare terribilmente ambigua: PACE.

La pace può nascere da un accordo. Può nascere da un compromesso. Può nascere da una trattativa. Ma può nascere anche perché uno dei due contendenti non è più in grado di combattere e accetta ciò che gli viene imposto. E allora bisogna chiedersi se quella sia davvero pace o semplicemente la vittoria del più forte.
È qui che il sarcasmo di Vauro, per quanto efficace, non basta. Si può denunciare la corruzione ucraina. Si può criticare Zelensky. Si può discutere della leva obbligatoria. Si può chiedere conto fino all’ultimo euro degli aiuti occidentali. Si può discutere perfino dell’opportunità politica di continuare a fornire determinate armi.

Ma nulla di tutto questo risponde alla domanda originaria di Diego Bianchi: un popolo aggredito ha diritto di resistere? E se ha diritto di resistere, può ricevere le armi necessarie per farlo?

Vauro risponde alle contraddizioni dell’Ucraina.
Bianchi risponde alla natura dell’aggressione.

Ed è proprio qui che le due posizioni divergono.
Le «domandine» di Vauro possono essere scomode, alcune persino necessarie. Ma prima di processare le imperfezioni dell’aggredito bisognerebbe rispondere a una domanda ancora più semplice: che cosa proponiamo di fare con l’aggressore?

Perché togliere il fucile a chi si difende lasciandolo nelle mani di chi ha invaso non significa necessariamente costruire la pace. Può significare soltanto decidere chi dovrà arrendersi.

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